Stop and Go

28 agosto 2014

Domani è il mio ultimo giorno di lavoro.

Un po’ sono tesa, un po’ no.
Un po’ ho paura di non trovare un altro lavoro, un po’ no.
Un po’ ho voglia di prendermi delle settimane di riposo e svago, un po’ ho paura di farlo.

Un po’ voglio rimandare il momento in cui mi lascerò assalire da ansie e responsabilità, un po’ mi dico che dovrei affrontarle il prima possibile.
Un po’ temo di buttare via il tempo, un po’ voglio provare a spenderlo al meglio.

Ondeggio e poi mi fermo. Un attimo tremo, quello dopo mi rallegro. Prendo una posizione e subito la cambio.

L’amica @andratuttobene mi ha mandato un tweet che mi ha fatto coraggio.

Ogni stop è solo un altro start
E poi oggi, tornando a casa, anche il fato mi ha parlato. Un messaggio semplice semplice, ma che mi ha dato una grande spinta. L’ho capito subito, e l’ho filmato.

Non è tutto sempre difficile. A volte, invece, è tutto facile. Si può fare; un passo per volta.
Stop & Go.

cocktail party

-“Oh, sabato festa da me! Porta chi ti pare e qualcosa da bere.”

-“Daje!”

I giovani non trovano lavoro e gli adulti li stanno licenziando, le fabbriche sono chiuse o stanno per chiudere, la pioggia lascia morti quanto il terremoto, i trasporti pubblici fanno pena, le pensioni non esistono più. Insomma una tragedia dietro l’altra, una crisi che più crisi non si può. Magari tra un po’ mangeremo pasta scotta, ché fa più volume e riempie di più.

Insomma, l’Italia è un paese finito. Perché? Manchiamo di organizzazione, gente! Ma dove ci presentiamo?

Mi sono resa conto che in tutti questi anni ho sbagliato clamorosamente lasciandomi guidare dall’entusiasmo anzichè da un’agenda, cedendo alla goliardia anziché lasciare spazio all’efficienza, lanciando un urlo laddove serviva un foglio excel! Oh, me, oh, scema!

S. è stato invitato ad un cocktail party che è stato utile per dare un senso a molte parole sconosciute in Italia, come ufficialità, organizzazione, rigore, tolleranza zero.

Io gli inviti alle feste li ho sempre fatti in meno di 140 caratteri, pure quando non c’era Twitter. Pensavo che per fare festa servisse solo avere una casa a disposizione e un giorno dopo non troppo impegnativo. Sbagliavo.

Dopo aver incontrato ad una riunione questa studiosa di non so cosa, S. è corso a casa a controllare la posta, sapendo già che avrebbe trovato la mail di questa tipa relativa ad un cocktail party prossimo venturo. E infatti, passate appena due ore dalla fine della riunione e mancando ancora una settimana all’evento, la mail era già lì, con scritto il giorno della festa, l’indirizzo della casa, i numeri dei bus che dal centro arrivano a quella zona e l’orario di inizio (h.20.00. O’clock!! dunque giammangiati). E fino a qua si era sviscerato il concetto di organizzazione. Ma non era tutto.

C’era da rispondere il prima possibile per ricevere poi l’ulteriore mail “con maggiori dettagli”. E qui lo sciocco si chiede quali altre informazioni possano servire.

S. mette subito in chiaro la sua italianità sottolineando che lui considera l’invito rivolto anche a me e al nostro ospite di quel weekend, dunque ci presenteremo in tre, se lecito. Brivido. Risposta affermativa della studiosa, la quale aggiunge in calce alla mail: “in allegato trovi gli altri dettagli”. E qui, chiarito il concetto di ufficialità, arriviamo al rigore: un foglio excel con dentro una tabella complicatissima con delle equazioni a più incognite, seni, coseni e alcune radici quadrate per arrivare al risultato che ogni invitato deve portare delle cose da bere. Delle specifiche cose da bere!

A noi toccava: 1 bottiglia di gin, una di vodka, una di granatina e un pacco di ghiaccio. Fatica per interpretare la complicatissima tabella, incazzo per la prospettiva di una spesa costosissima e frustrazione per non sapere cosa sia la granatina.

Arriviamo finalmente alla festa, senza granatina e con un ritardo politico di 1 ora e mezza. Ci apre la padrona di casa ed è subito chiarito il concetto di tolleranza zero. L’assenza di ghiaccio e granatina lascia tutti un po’ perplessi, ma cerchiamo di superare l’imbarazzo con il tema successivo, ossia: ” e questo?”. “Ho preparato un documento con tutti i cocktail che si possono fare con gli ingredienti a disposizione. Se cerchi ad esempio “vodka” il documento ti trova tutte le ricette che la contengono. Qui c’è il computer, qui erbe e decorazioni, qui i pestelli, qui gli shaker, qui tovaglioli e cannucce, qui i bicchieri lunghi e qui quelli a cono, qui lo zucchero di canna, lime, limone e tutti i frutti….”. “Ok, capito, versami qualunque cosa, ma subito!”.

Per fortuna anche se i metodi organizzativi del party inglese differiscono parecchio dai metodi italici, le finalità sono le stesse: abbiamo bevuto. Parecchio.

E a quel punto lo shock è stato rimpiazzato da un trenino hawaiano.

Twitter, governo ladro!

20 gennaio 2012

dead twitter

Sto avendo una dipendenza da Twitter. L’unico aspetto positivo è che ne sono consapevole.

Non mi sono mai iscritta a Facebook, nemmeno sotto pseudonimo. Nemmeno ho mai usato quello degli altri per andare a scoprire quello che tutti sanno tranne me, o per sapere che fanno quelli con cui stavo prima o quelli che mi sono piaciuti dopo. Insomma mai mai mai. E ne sono molto orgogliosa. Non ho intenzione, fortuna vostra, di mettermi qua a sparare la filippica su quanto faccia schifo Facebook.

Però ho deciso di iscrivermi a Twitter, per seguire più che per essere seguita. Per essere aggiornata e non per aggiornare. La mia grafomania la sfogo qua coi miei post e su qualche altro blog con i commenti, e questo mi basta. Non è che abbia poi così tante cose da dire.

Però ecco, ho preso questa decisione di comparire su Twitter dopo averci pensato veramente un sacco. E forse ho solo risposto ad una spinta inevitabile di questa città, se è vero, come ho letto oggi (su Twitter!) che Manchester è 3° in Europa per l’uso di Twitter.

Vabbè comunque ci sono, anzi, confesso, ne sono ossessionata. Twitter ha cambiato le mie abitudini di navigazione. Prima, all’accensione del computer le mie mosse erano: apri Thunderbird e metti a scaricare la posta, accedi al blog per vedere se ci sono novità o commenti, apri Repubblica per vedere se è successa qualche catastrofe.

Adesso resta in testa Thunderbird, ma solo perché per quando si apre, mi riconosce, scarica tutta la posta di tutte le mie caselle di e-mail, io ho già avuto tutto il tempo di iniziare a leggere i tweet che ho perso nella notte. Insomma, di fatto adesso Twitter è il primo. E questo mi preoccupa e mi imbarazza.

Mi preoccupa perché vista la mia supposta consapevolezza credevo di essere meno malleabile, meno debole di fronte alla potenza delle cavolate scritte dagli altri. E invece il voyerismo si è impossessato di me, anche se più superficialmente rispetto a quanto intrappoli un qualunque utilizzatore di Facebook (ok, non l’ho sperimentato di persona, ma è tutto intorno a me, cavolo, lo vedo!). Insomma sto lì, con la pagina sempre aperta, a scaricare i nuovi tweet e quello che mi spiace è che mi ritrovo non solo a leggere pareri di quelli che mi piacciono, notizie sui dintorni e sui locali, annunci di lavoro, che era lo scopo della mia iscrizione. No. Mi ritrovo a leggere di gusto fesserie inutilissime scritte da dei deficienti; alzo gli occhi e sono passate due ore. E’ terribile.

E poi sono imbarazzata perché delusa dai tweet di alcuni personaggi che pensavo passassero le serate a leggere il capitale o la ricerca del tempo perduto, o almeno che ne so, l’internazionale, e invece tifano certi del grande fratello, per dirne una. Ecco, sono amareggiata. Ché vabbè, io guardo Sanremo, però lo guardo da mille anni perciò per me è normale, non è che mi delude scoprire che io guardo Sanremo.

L’unica cosa dalla quale per il momento non mi sono fatta prendere la mano è la tentazione di scrivere anche io scemenze sul fatto che sto mettendo su il caffé o sono inciampata mentre attraversavo la strada, o postare foto della mia casa o delle scarpe che mi sono messa (sono pochi i tweet dei quali mi pento finora). Almeno da quel lato lì sono abbastanza forte: resisto e cerco sempre più intensamente di leggere e tenermi informata, senza scadere nella deficienza.

Però ecco, Twitter mi ha rovinato l’opinione che ho di me, perché sono debole e assuefatta alle fregnacce altrui, e l’opinione di molti altri che pensavo più fichi, e invece, madò che deficienti oh!

Ok, questo è quanto. Ammetterlo è il primo passo per guarire, dicono. Io l’ho fatto.

(ora chiudo chè ho 63 tweet da leggere).

Ispirata da un certo ritorno di fiamma per il supertelegattone, ho pensato di celebrarare la fine dell’anno con una grande classifica. Così, tanto per unire sotto un unico titolo un sacco di contenuti. Insomma mi sparo in un solo post tutto il cucuzzaro: omaggio il succitato supertelegattone, elenco le assurdità/oscenità del mio primo trimestre di vita inglese, e – udite udite! – lancio nel web il primo tweet di Smila Blomma.

Pronti, partenza, via. Ecco la top 5 delle assurdità della mia vita in Inghilterra finora (clicca sulle foto per ingrandirle):

#5 l’ormai celeberrimo bicesso

bicessocrimine: costringerti a pisciare in compagnia o, se sei timido ma per un errore inconsapevole ti sei imbattuto in un bagno del genere, costringerti a chiederti se ci sia nel mondo una persona che ami così tanto da volere accanto a te nel momento di quel genere di bisogno.

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#4 l’ombrello di primark

ombrello di plastica non pieghevole di primarkcrimine: costa meno di un biglietto del bus perciò lo compri felice. Oltretutto è bellino, di plastica trasparente, coi volant sbarazzini neri e il manico in eco-pelle. Paghi, lo metti in borsa e sei soddisfatta. Alla prima pioggia scopri che addirittura riesce anche a ripararti dall’acqua. Quando la pioggia finisce, però, lì scopri la sòla: non si chiude. La foto mostra il succitato nella sua forma da chiuso, cioè quando ha un diametro di soli 3 cm più piccolo di quando è aperto. Con immensi sforzi, tanta pazienza, e un bagno ché in effetti era meglio girare senza ombrello, puoi riuscire a chiuderlo riducendolo alla dimensione di un filone da 2 chili di pane. E non lo puoi neanche mangiare.

#3 il peperami

peperami: 100% pork salamicrimine: essere un’oscenità culinaria. Sì, ce ne sono altre mille di schifezze pseudocommestibili in questo paese, ma il peperami regna sovrano nel campo dell’aberrazione alimentare. E’ un salamino sottilissimo che ha l’aspetto di un brust lunghissimo e che si trova al pub, appeso assieme ai suoi altri simili a mo’ di festone di carnevale. Si mangia, dunque, accompagnato da una pinta, al posto delle noccioline o dei pistacchi. Fa schifo. Schifo.

#2 i capelli cotonati e le megatoppe

capelli cotonati e toppecrimine: avermi fatto scoprire che il look di Amy Winehouse non era una stravaganza da superdiva ma l’espressione base del capello della tamarra inglese mediotipo. In Inghilterra c’hanno tutte il capello cotonato a caso e/o la toppa (spesso superfinta) che più è alta e meglio è. Amy era una di loro, una qualunque. Adesso c’è Adele che si pettina all’incirca così, tanto per non far restare orfane le truzze.

#1 il nanny state

finestra antisuicidiocrimine: farti passare per un deficiente. Obbligatori per legge, abbiamo a casa i rilevatori di fumo, che non suonano solo se hai appiccato il fuoco al tuo tavolino perché ne volevi comprare un altro, ma anche se solo ti azzardi a bruciacchiare un toast o accenderti una sigaretta nella tua sala. Ovviamente anche le porte sono antincendio: spesse, pesanti e autochiudentesi. Cioè per tenerle aperte ci devi mettere un sacco di patate davanti. Poi abbiamo finestre giganti con apertura alare di soli 25 cm, perché se stavi pensando di suicidarti lanciandoti dalla finestra sei scoraggiato e devi vivere un altro paio d’ore per trovare un modo alternativo. E finché siamo alla sicurezza della persona (trattata come un bambino di 4 anni), possiamo pure passarci sopra. Ma se a tutto questo aggiungiamo anche le istruzioni per l’uso del dentifricio, allora, ecco, la cosa inizia a farsi insopportabile.

dentifricio: istruzioni per l'uso