Si può fare un’apologia di Skype pure se è un brand, pure se se l’è comprato Microsoft, pure se è gratis perché il prodotto sei tu, ecc.?

Io voglio fare un’apologia di Skype. Non mi importa se mi spia.

Skype mi ha reso tutto più facile e il giorno che mi farà anche sentire il profumo degli gnocchi allora magari gli regalerò una busta coi soldi ad ogni Natale.

Emigrare al tempo di Skype fa tutta la differenza del mondo.

La prima volta che sono stata davvero lontana da casa non avevo nemmeno un computer con me. Ogni tanto andavo da un polacco e pagavo 1,5 Euro l’ora per telefonare in Italia. Dovevo uscire di casa sotto la pioggia irlandese e sperare che il destinatario dei miei pensieri fosse in casa. Spesso il destinatario era uscito sotto il sole per andare al mare, e io avevo fatto un viaggio a vuoto.

Stamattina invece ho preso un caffè con mamma, che era a 2135,6 km da me. Ci siamo raccontate gli ultimi, succulenti pettegolezzi cittadini e ho pure potuto ammirare la sua messa in piega.
E’ fenomenale (non la messa in piega, il fatto di vederla).
Ogni tanto i miei portano il computer in giardino e mi fanno vedere anche Filippo e Chanel, i cani. E io parlo gli parlo, fischietto, gli dico di non mangiare tutti i fiori.

Ieri su Skype ho preso lezioni di potatura.
Per due anni su Skype ho visto tutti i giorni mia sorella che viveva a Nairobi e quando finalmente sono andata a trovarla a casa sua sapevo già dov’era il bagno.

Ricordo la sensazione di straniamento che provai quando, dopo la mia prima breve emigrazione senza Skype, rividi le facce dei miei amici italiani: tutti vecchissimi. E pensavo a quanto loro trovassero invecchiata me.

Ora che invece anche da lontanissimo vedo tutti costantemente, restiamo tutti giovani. Skype è anche meglio di Photoshop: non rende tutti migliori, ma li lascia inalterati, sempre uguali giorno dopo giorno.

Su Skype ho partecipato a feste, ho fatto il karaoke e un sacco di aperitivi, mi sono pure ubriacata. Su Skype ho avuto notizie bellissime e sentito voci rotte dall’emozione, ho incoraggiato e mi sono fatta incoraggiare.

L’unico problema è che Skype azzera i tempi morti, che poi sono quelli della familiarità, quelli in cui sta insieme solo per dividere un ambiente, magari senza parlarsi, davanti alla tv tutti insieme ma da soli, a dirsi al massimo “mi porti un bicchiere d’acqua?”, ad esserci senza davvero interagire.
Su Skype l’attenzione è talmente focalizzata sull’altro che qualunque distrazione dà noia. Si deve parlare per forza, si deve trovare l’argomento, anche se il vero motivo della chiamata è solo vedersi e basta. Insomma, su Skype ti vedi, ti parli, ti racconti, ma non riesci a farti compagnia.

Ma Skype è il mio salvatore, anche se resta un surrogato. Un po’ come il caffè di Starbucks e la pizza di Domino’s: solo all’inizio della tua vita all’estero puoi permetterti di snobbarli.

Grazie Getty Images per aver reso gratis 35milioni di foto

Grazie Getty Images per aver reso gratis 35milioni di foto

La sindrome di Edimburgo

19 novembre 2012

“Settimana finita, finalmente!”
“E ora un bel bicchiere di vino!”
“Vuoi dire una bottiglia di gin?”

Dialogo tra colleghi, intercettazione nell’ascensore
dell’ufficio venerdi alle 5

crowded lift, vintage photo

ascensore sovraffollato, vintage office life

E allora venerdì alle 5 ho fatto la mia ultima discesa in ascensore coi colleghi. Con un sorriso infinto e un’impazienza da seienne ho detto addio al mio ultimo lavoro, che era iniziato così.

Quel lavoro non mi mancherà.

Alcuni colleghi però mi mancheranno. Quelli che mi hanno fatto sopportare i giorni più pesanti, che mi hanno aiutato all’inizio, che m’hanno fatto fare grosse risate e coi quali abbiamo inventato i soprannomi dei capetti e degli altri colleghi: FrauLimon, El Verdurero, Il Vigile Urbano, Omega3-6-9-12. Mi mancheranno quelli che in effetti continuerò a vedere al pub!

E che mi hanno pure fatto trovare dei doni sulla scrivania nel mio ultimo giorno:

I doni dei miei colleghi per la mia partenza: cupcakes artigianali, biglietto con dediche, bottiglia di vino italiano

cupcakes artigianali, biglietto con dediche, bottiglia di vino italiano

Insomma, tutto procede bene: mi sono dimessa, continuerò a frequentare gente simpatica e ho pure una settimana intera di libertà (sia dal peso del lavoro che dall’angoscia della disoccupazione) prima di iniziare il nuovo lavoro.

E allora cos’è questa sensazione di malessere?

Ah sì, è la sindrome di Edimburgo.

Perché non mi avete impedito di andarci, eh? Perché non vi curate di me? Perché mi avete mandato a fare inevitabili confronti? Chè se arrivi a Manchester da Roma e trovi che Manchester non sia niente di ché è facile dirti che dopotutto tu vieni dalla città più bella del mondo e allora che cosa pretendi. E’ ovvio che il paragone non tiene, no?
Ma quando invece poi da Manchester vai a Edimburgo scopri all’improvviso che anche nel Regno Unito alcuni scorci possono commuoverti, i bar e i ristoranti possono essere indipendenti e non filiali di una catena multinazionale, le persone possono non essere tamarre.

La mia settimana di libertà è rovinata della mia recente gitarella scozzese. Tornata a Manchester, sono ora delusa ad ogni sguardo all’ennesimo palazzo di pseudo architettura contemporanea che nasconde solo costruzione seriale e irrazionale gentrificazione, ad ogni identica vetrina di Costa Coffe e Pizza Express, ad ogni viso lampadato marrone su miniabito leopardato.

Soffro adesso che so che il Regno Unito non è tutto come dove vivo io e che da qualche parte c’è ancora umanità.

Edimburgo: sì, sembra una città vera, non il Monopoli.

Edimburgo. Strano, queste vecchie case non sono ancora state abbattute.

Edimburgo. Hei, hanno tutti il cappotto, dove sono i tamarri svestiti?

Edimburgo, ti odio.
Edimburgo, mi manchi.
Volevi forse dirmi che vivo nella città peggiore della terra della regina?