“Ho comprato da Penneys delle calze che non hanno la parte del piede”

“Cosa?”

“Arrivano alla caviglia, mo che ci faccio?”

“Oh madò, queste sò pazze!”

Dialogo tra Padanaus e me, Dublin, 2006

vari tipi di leggings

I leggings nel 2006 non li portava ancora nessuno in Italia. Per questo l’immagine dell’amica Padanaus che mi racconta scioccata di aver comprato per sbaglio da Pennyes (la versione irlandese di Primark) delle assurde calze senza piede, ce l’ho ancora stampata vivida nella testa. Che ci fai con le calze senza piede? Perchè le hanno inventate? Quanto sono orribili? Le irlandesi non capiscono proprio niente niente di vestiti?

Mentre quelle strane calze rotte giacevano abbandonate nel fondo dell’ultimo cassetto dell’amica, le chiacchiere a riguardo si alimentavano di giorno in giorno e non si faceva altro che deridere l’assurda condotta delle donne irlandesi.

Oggi scrivo questo post mentre indosso un vestito celeste con dei leggings neri sotto. Con l’aggiunta di un paio di tacchi, ci sono andata a lavorare vestita così. Senza un briciolo di vergogna e anzi sentendomi pure abbastanza fica. Oggi i leggings sono per me e per qualunque altra donna, italiana e non, un elemento portante del guardaroba, in grado di risollevare le sorti di un bel po’ di outfit.

E allora?

E allora qualcosa mi dice che dovrei smetterla di deridere le inglesi del 2012. Perché c’è il rischio che fra qualche anno io vada in giro così. E pure voi!

saremo tutte bigodone

BIGODONE RULES

Fine and dry

17 Maggio 2012

ballerine

Insomma, che ci sta a fare Primark se non per farti comprare tutte quelle ballerine a 3 pound? (no, non quelle della foto!) Ne ho comprate due paia una decina di giorni fa. E da quel giorno, ogni volta che tiravo fuori dall’armadio i miei wellies fucsia, le ballerine mi guardavano con quell’occhio deluso di chi anche sta volta non è stato scelto. Ogni mattina la stessa storia, io con gli stivaloni e le calze pesanti e il cappotto e la sciarpa e le ballerine dimenticate e inutilizzate sul fondo dell’armadio, a guardarmi con quell’aria di velleità disattese. Ogni mattina, fino a ieri.

Poi oggi, mentre ero ancora sotto il doppio piumino del letto, la radio ha detto “today’s weather is fine and dry” e io sono entrata in modalità primavera. In effetti sentivo proprio un bel calduccio, come quando è pomeriggio e decidi di andare a farti una passeggiata nel quartiere, di quelle che non ti porti nemmeno la borsa, solo le chiavi, che tieni in mano a tintinnare e a farti compagnia. Allora mi sono alzata e mi sono vestita. Jeans, ballerine e maglietta suprema dei goonies. Che bella la sensazione delle maniche corte! Che bello indossare scarpe senza calzini e vedermi il collo del piede così, liscio, bianchetto, perfettamente infilato in una scarpina sottile e leggerissima. Pronta.

Distolgo poi lo sguardo dai miei piedi (solo momentaneamente) per affacciarmi dalla finestra. Noooo! Una coltre spessissima di nuvole bianche dalla quale non filtra nemmeno un minimo raggio di sole. Piove. Piove un sacco. Apro la porta per portare la bici dentro, al riparo. Fa pure un freddo porco! Non è “fine” manco per niente, e non è nemmeno “dry”, urlo al mondo là fuori richiudendo la porta.

Non posso uscire così. Ma non posso nemmeno togliermi le ballerine, questo mai! Non ne posso più di vedermi imbacuccata dentro 10 strati di vestiti. A costo di rimanere chiusa in casa, oggi resto così: jeans, t-shirt e ballerine! E’ quasi giugno, cazz!

Però ho freddo. Mi sto congelando le braccia. Ho i piedi avvizziti. Digrigno i denti.

Maledetta primavera.

Sì, ci sono stati il sole e il caldo, le maniche corte e i sandali, come se fosse stata davvero estate. L’ho capito quella mattina che, vedendo un’insolita luce inondare la mia camera, mi sono affacciata alla finestra per valutare se fosse il caso di andare a fare la spesa senza vestirmi da palombaro. Passeggiava placida sotto casa mia una donna in copricostume floreale spring/summer 2012, occhiali da sole, infradito, capelli raccolti. Ho davvero temuto che, allucinata dai mai sperimentati prima 21° centigradi, si tuffasse lì davanti, nelle fondamenta del palazzo in costruzione, scambiandole per una piscina.

Insomma faceva caldo. Quanto a me bastava per alzarmi la mattina senza imprecare contro dèi più o meno pagani, cioè abbastanza perché l’inglese medio credesse di essere nel Mediterraneo. Per quasi una settimana l’inglese ha camminato scalzo e seminudo per le strade, ammucchiato sedie a sdraio sui prati, improvvisato bbq in ogni balcone e sostituito la birra in con la birra out.

a manchester ha fatto caldo. sedie a sdraio sui prati

Io facevo gitarelle con l’amica, mormorando insulti per niente velati contro questi barbari che il caldo non sanno manco cos’è.

Comunque ora siamo tornati al clima standard – freddo freddo freddo poi un altro po’ di freddo – e allora, mentre gli inglesi hanno ripreso a bere al chiuso dei pub e io a imprecare non appena sveglia, mi sono ricordata di avere una vita virtuale. La riprendo così, con un post pensato unicamente per vantarmi delle mie super conquiste degli ultimi giorni. Chè mica sono stata con le mani in mano, durante la finta primavera! Anzi!

Sono stata a ballare e bere birrette al Cavern Club, quello dei Beatles a Liverpool. Ci ho pure cantato e ballato Twist and Shout!

cavern club, liverpool

Con in mano un bicchiere di vino, ho visto il tramonto su Manchester dall’alto del ventiquattresimo piano di un grattacielo in occasione della presentazione di una rivista così cool da essere sconociuta ai più.

veduta di manchester dall'alto

Poi ho visto la regina. Proprio lei, the Queen, Elisabetta, la vecchia, chiamatela come vi pare. Era qua in città, vestita di rosa e con un ghigno malefico in faccia che diceva “vi fotto da 60 anni!”.

the queen in manchester

Poi sono andata alla Holden Gallery, a vedere me stessa in uno scatto di Stephen Wright, parte della mostra sulle foto degli Smiths ieri e oggi davanti al Salford Lads Club. Ebbenesì, ci sono pure io in una di quelle foto dei fan. E me ne vanto! E spero che questo mi valga prima o dopo una lettera di stima da parte di Morrisey in persona.

smiths, the gospel according to...

E infine mi sono procurata la t-shirt definitiva, quella che quando ce l’hai dici “vabbè, ho tutto, non mi serve più niente, sono una fica totale”. E ha pure l’etichetta totem.

the goonies t-shirt, primark 2012

Invidiatemi pure.

Ispirata da un certo ritorno di fiamma per il supertelegattone, ho pensato di celebrarare la fine dell’anno con una grande classifica. Così, tanto per unire sotto un unico titolo un sacco di contenuti. Insomma mi sparo in un solo post tutto il cucuzzaro: omaggio il succitato supertelegattone, elenco le assurdità/oscenità del mio primo trimestre di vita inglese, e – udite udite! – lancio nel web il primo tweet di Smila Blomma.

Pronti, partenza, via. Ecco la top 5 delle assurdità della mia vita in Inghilterra finora (clicca sulle foto per ingrandirle):

#5 l’ormai celeberrimo bicesso

bicessocrimine: costringerti a pisciare in compagnia o, se sei timido ma per un errore inconsapevole ti sei imbattuto in un bagno del genere, costringerti a chiederti se ci sia nel mondo una persona che ami così tanto da volere accanto a te nel momento di quel genere di bisogno.

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#4 l’ombrello di primark

ombrello di plastica non pieghevole di primarkcrimine: costa meno di un biglietto del bus perciò lo compri felice. Oltretutto è bellino, di plastica trasparente, coi volant sbarazzini neri e il manico in eco-pelle. Paghi, lo metti in borsa e sei soddisfatta. Alla prima pioggia scopri che addirittura riesce anche a ripararti dall’acqua. Quando la pioggia finisce, però, lì scopri la sòla: non si chiude. La foto mostra il succitato nella sua forma da chiuso, cioè quando ha un diametro di soli 3 cm più piccolo di quando è aperto. Con immensi sforzi, tanta pazienza, e un bagno ché in effetti era meglio girare senza ombrello, puoi riuscire a chiuderlo riducendolo alla dimensione di un filone da 2 chili di pane. E non lo puoi neanche mangiare.

#3 il peperami

peperami: 100% pork salamicrimine: essere un’oscenità culinaria. Sì, ce ne sono altre mille di schifezze pseudocommestibili in questo paese, ma il peperami regna sovrano nel campo dell’aberrazione alimentare. E’ un salamino sottilissimo che ha l’aspetto di un brust lunghissimo e che si trova al pub, appeso assieme ai suoi altri simili a mo’ di festone di carnevale. Si mangia, dunque, accompagnato da una pinta, al posto delle noccioline o dei pistacchi. Fa schifo. Schifo.

#2 i capelli cotonati e le megatoppe

capelli cotonati e toppecrimine: avermi fatto scoprire che il look di Amy Winehouse non era una stravaganza da superdiva ma l’espressione base del capello della tamarra inglese mediotipo. In Inghilterra c’hanno tutte il capello cotonato a caso e/o la toppa (spesso superfinta) che più è alta e meglio è. Amy era una di loro, una qualunque. Adesso c’è Adele che si pettina all’incirca così, tanto per non far restare orfane le truzze.

#1 il nanny state

finestra antisuicidiocrimine: farti passare per un deficiente. Obbligatori per legge, abbiamo a casa i rilevatori di fumo, che non suonano solo se hai appiccato il fuoco al tuo tavolino perché ne volevi comprare un altro, ma anche se solo ti azzardi a bruciacchiare un toast o accenderti una sigaretta nella tua sala. Ovviamente anche le porte sono antincendio: spesse, pesanti e autochiudentesi. Cioè per tenerle aperte ci devi mettere un sacco di patate davanti. Poi abbiamo finestre giganti con apertura alare di soli 25 cm, perché se stavi pensando di suicidarti lanciandoti dalla finestra sei scoraggiato e devi vivere un altro paio d’ore per trovare un modo alternativo. E finché siamo alla sicurezza della persona (trattata come un bambino di 4 anni), possiamo pure passarci sopra. Ma se a tutto questo aggiungiamo anche le istruzioni per l’uso del dentifricio, allora, ecco, la cosa inizia a farsi insopportabile.

dentifricio: istruzioni per l'uso

Una tazzina per la vita

27 settembre 2011

No, non mi manca il sole, non mi manca il mare, non mi mancano la pizza, il gelato, le magliette a maniche corte, il cappuccino, rai3, la piazzetta di monti o il pigneto. Mi mancheranno, ma non ancora.

Ora mi mancano le tazzine per il caffè. E’ dura la vita senza di loro. Ogni giorno bevo un vero caffè italiano fatto con una caffettiera bialetti nuova di pacca o con una napoletana doc di pura latta degli anni 50. Il sapore è buonissimo. Ma avete mai provato a bere un caffè in una tazza gigante? Qua la regoular size di un caffè è di circa 1 litro, e le uniche tazze acquistabili sono di dimensioni proporzionate. Bere un vero caffè da 10 cl in una gigatazza da 1 litro è peggio di una tortura cinese. E’ peggio di uno spaghetto scotto. E’ una tragedia quotidiana alla quale bisogna mettere fine. Ecco una foto degli unici immensi recipienti che sono riuscita a rimediare qui. Si tratta (da sinistra) di una tazza da té di Wilko (normali dimensioni di una tazza da tè), di una tazza della semi-sconosciuta catena di caffè Cuppa che, ho immaginato, era compresa nel prezzo di un costosissimo tè che ho bevuto in centro (dimensioni giganti) e infine di un normale bicchiere per l’acqua (misura da mezzo litro). La penna è genialmente posizionata lì per darvi l’idea dell’enormità sia delle dimensioni sia della tragedia che si sta consumando nelle mie mattine.

too big cuppas
Ora, chiariamo che se qua per affittare una casa bastano pochi soldi, per comprare una tazzina di dimensioni umane invece serve il mutuo.

Allora ho bisogno di voi, del vostro sforzo e della vostra generosità. Questo è un appello.

Vi prego, mandatemi qualche tazzina da caffè. Non serve un intero servizio, non serve nemmeno il piattino, serve solo qualche tazzina. Qui, amici, le dimensioni contano. Contano quelle e nient’altro. Non serve il design, non serve la porcellana cinese del ‘700, non serve tutto il set coordinato, serve un piccolo contenitore nel quale entri solo un goccio di caffè, al massimo un po’ di schiumetta di latte, ma niente di più.

Mandarmi una tazzina qua in Inghilterra è un piccolo gesto per voi e un grande gesto per la mia vita.

E’ chiaro che la vostra generosità sarà opportunamente ricambiata con qualcosa di inglesissimo che potrei procurare per voi. Volete una foto del vialetto di casa di Ian Curtis o una maglietta dei Take That? Un filo d’erba dello stadio dello United? Un pancake coi blueberries o un paio di scarpe di Primark? Chiedete pure, sarprò ripagare generosamente la vostra sensibilità.

Se scrivete a smila.blomma@gmail.com vi dò privatamente l’indirizzo di casa mia cui mandare la vostra tazzina.

Please!