Apocalittici e integrati

27 gennaio 2012

Quattro mesi di vita qua e S. è diventato inglese, come fosse arrivato a casa, sta nella sua dimensione. Escludiamo il junk food (ché quello l’ho preso io), ma per il resto è totalmente integrato. Consulta il meteo on line con la stessa costanza con cui respira, ma ha smesso di lamentarsi della pioggia. Non indossa guanti, cappello o doppi calzini. Non usa l’ombrello, nemmeno sotto la tempesta. Semplicemente rientra a casa bagnato e si asciuga col phon. Studia e discute coi colleghi degli argomenti che lo interessano e ci ha anche procurato un invito ad un cocktail party (di cui parlerò in un post a parte perché era allucinante), coniugando socialità e interessi culturali. Conosce i rappresentanti politici della città, del comune, del distretto, gli manca solo di incontrare la regina. E ieri è pure andato a votare per un referendum. Sa la storia della città, i problemi dell’industria, la riconversione al terziario, la bomba del 1996.

Io no.

Io sono l’apocalittica. A meno che io non stia dormendo ho gli occhi allibiti e la faccia dello stupore. Dopo quattro mesi io sono ancora la turista, con quella sensazione che scoprire questo nuovo mondo è bellissimo e entusiasmante, ma comunque tra un po’ torno a casa. Quello che so di Manchester (nonché tutto quello che mi interessa sapere) è la storia delle band. Ascolto la radio, mi piace la musica e mi sciocca ogni volta sentire che parlano in inglese anche fuori dalle canzoni. Ho sempre, costantemente, inevitabilmente freddo e me ne lamento senza sosta. In borsa ho 2 ombrelli. Quando la mattina mi sveglio e mi accorgo che sto qua mi sembra sempre assurdo, inspiegabile, comico e drammatico. Non sono ancora una cittadina inglese e non voto. Faccio un lavoro dequalificato, noioso e pesantemente subalterno. Non ho quasi niente in comune con la maggior parte dei miei colleghi. Faccio molte cose, cerco nuovi locali, nuove band, nuovi quartieri, nuove zuppe di tesco. Scorro, senza alcun tipo di stabilità. E non è una questione di lavoro e basta, perché credo che anche se avessi un lavoro vero, anche uno che dovesse piacermi, continuerei a sentirmi sempre provvisoria qua. La città mi piace e mi piacciono molte cose del vivere in uno stato civile, ma qua non è la mia città. Qua non è la mia casa. Qua è un momento. Durerà un anno? Due? Tre? Venti? Penso che saranno comunque anni di provvisorietà.

Ma si sta bene, però! Però.