Il ritorno

7 settembre 2015

Nel giorno del quarto compleanno di questo blog, ecco qua che tutto perde un po’ di senso.
O vogliamo dire che è soltanto mutato, evoluto ecc?

Lasciati il grigiore e il benessere di Albione, sono di nuovo in patria da un paio di settimane. In mezzo un trasloco faticosissimo, due matrimoni, 3 ore di mare, un solo acquazzone, una discriminazione per via dell’età e due colloqui di lavoro italianissimi.

Ho parlato inglese tutti i giorni, percorso almeno 1000km in macchina, passato ore al telefono.

E poi ho comprato la cartolina per la vincitrice del concorso, Claudia. (Anche se forse, visto che una volta ci incontrammo, potresti aver indovinato la città per via di qualche seminale indizio).
Altrimenti, dai, come facevi a pensare che uno potesse, da Manchester, andare a vivere a Siena?

Claudia, scrivimi il tuo indirizzo via mail!

Claudia, scrivimi il tuo indirizzo via mail!

Insomma sono qua. Con un assurdo passaggio dal futuro al medioevo, dai tram ai sampietrini, dai grattacieli agli sbandieratori, dal rock nei pub ai tamburi per le strade, dalla metropoli al borgo.
Sembra ancora tutto una vacanza, ma presto le porte in faccia mi sveglieranno dal sogno e alimenteranno gli aneddoti di questo blog! Stay tuned!

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Andare via dall’Italia

11 maggio 2012

Questo post me l’avete praticamente strappato dalla penna. Tutti voi (tanti, cazz!) che ogni giorno iniziate la vostra emigrazione cercando su google “andare via dall’Italia”. E arrivate qua e incominciate a farvi un’idea di quello che possa voler dire farla veramente, quella cosa che vi viene in mente a ogni visione di TG, a ogni curriculum senza risposta, a ogni nuova tassa sulle mutande a pois, a ogni De Gennaro nominato sottosegretario.

Questo post ve lo scrivo in una giornata qualunque fuori dall’Italia e fuori dall’Euro, durante una tipica pioggia battente tra i raggi del sole. Durante una pioggia forte e duratura che non è un acquazzone estivo, non anticipa nessuna bella giornata e non porterà nemmeno l’arcobaleno. Alzerà vagamente le temperature, portandole a mala pena sopra la soglia del numero a due cifre.

Scrivo oggi – in una pessima giornata grigia e senza aprire i giornali italiani online – nel tentativo di essere razionale. Ché se per puro caso oggi qua ci fosse il sole o stessi leggendo uno di quei titoli dei nostri giornali mainstream (schifosi in forma e contenuti), questo post reciterebbe più o meno così: “sì, dobbiamo andarcene tutti dall’Italia”.

Quando sono partita per Manchester la sensazione era di aver preso una decisione molto importante in un tempo molto piccolo. Pensavo di aver fatto le valigie in quattro e quattr’otto senza essere stata a rifletterci troppo. Pensavo che la mia partenza fosse stata una diretta derivazione di pochi fattori che si erano sistemati in modo da tracciare una via irrinunciabile: perdita del lavoro, trasloco inevitabile, S. direzionato verso Manchester.

E invece non era così. Quelli sono stati solo gli episodi scatenanti. Latente, da molti anni oramai, c’era la consapevolezza di non stare bene, di aver bisogno di cambiare aria e soprattutto di smettere di vivere l’umiliazione quotidiana di lavorare in Italia, con una paga che non era uno stipendio, senza ferie, senza permessi, senza malattia, senza orari stabiliti, senza poter mettere da parte un soldo. La mia non-carriera italiana, fatta di lavori che mi piacevano molto e non pagavano e lavori che non mi piacevano e pagavano poco, fatta di giorni liberi dal primo lavoro per andare a fare il secondo, serate passate a lavorare da casa a cose interessanti e giornate passate in ufficio con gente meschina e approfittatrice, mi aveva stancato. Era chiaro che “fare gavetta” era una frase vuota. Perché quando esperienza, responsabilità e competenze aumentano mentre lo stipendio e i diritti diminuiscono, quello non si chiama gavetta, ma sopraffazione.

Allora mi sono trovata all’improvviso in un’altra nazione. Con l’entusiasmo e la paura delle cose nuove, quelle grandi, che cambiano la storia della tua vita.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire accorgersi, con imbarazzo, di provare stupore per cose che dovrebbero essere la norma ma da noi non esistono: il tuo capo che ti dice grazie, un lavoro a tempo intedeterminato, il tuo stipendio che cresce ogni 3 o 6 mesi, assieme alla tua esperienza. E poi la possibilità di affittare una casa vera, intera, solo per te, anche se fai un lavoro umile, l’autobus che passa all’ora stabilita, le visite mediche con l’interprete nel caso tu non sia ancora pratico con la lingua. I figli di ragazze giovani, nati perché essere incinta non vuol dire anche essere licenziata. Le serate che iniziano alle 6.30 perché 8 ore di lavoro sono abbastanza e nessuno viene insultato per essere uscito dall’ufficio all’orario stabilito dal suo contratto. Essere considerato adulto e non ragazzo a 30 anni, con tutte le responsabilità del caso.

Vivere fuori dall’Italia è vedere una televisione che oltre alle scemenze presenta anche programmi interessanti, é vedere i film nella loro lingua originale. E’ ascoltare la gente comune fare domande a politici che rispondono per davvero. E’ ritrovare una dignità di persona e lavoratore che da noi non esiste più.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire anche essere lo straniero: immergersi in una cultura nuova e sconosciuta, non capire le battute nazionalpopolari e non conoscere i personaggi famosi, sperimentare la guerra tra un cervello che pensa con la sua cultura e una bocca che parla una nuova lingua. Vuol dire sentirsi rispondere “è per questo che l’Italia è fallita” ogni volta che commenti il prezzo esagerato dell’insalata, vuol dire comprare i pomodorini a decine anziché a chili, rinunciare al pane vero.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire essersene andato e cioè stare lontano: da quegli amici cui non devi raccontare il passato perché l’hanno vissuto con te, dalla famiglia, dal tuo locale preferito, dal profumo della peperonata al giovedì e della pasta col sugo avanzato il giorno dopo. Vuol dire dover rendere tua un’altra casa, senza i mobili di sempre e lo specchio nel quale ti vedi più magra. Vuol dire litigare col tuo fidanzato e non poter sbattergli la porta in faccia per andare a parlar male di lui con la tua amica. Vuol dire non esserci quando succedono le cose importanti a quelli che conosci e aspettare di essere tutti connessi a skype per dirsi le novità. Dover andare al matrimonio con un vestito inglese, cercando quello che sembri meno inglese possibile. Tenere sotto controllo quotidiano le offerte delle compagnie aeree.

Vuol dire provare frustrazione al ventesimo giorno di pioggia, a maggio, quando il tuo corpo è pronto alle maniche corte ma fuori ci sono 11°. Vuol dire cominciare nuove relazioni, conoscere nuovi locali e nuovi indirizzi, con tutta l’eccitazione dei primi mesi e la stanchezza dei mesi successivi. Vuol dire nostalgia costante, più o meno intensa, ma presente, come compagnia fissa.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire sapere cosa succede in patria dai giornali e dagli amici, senza vivere in prima persona lo spirito del tempo e senza contribuire in nessun modo. Vuol dire vedere il tuo paese che continua la sua caduta e sentirti vigliacco ed egoista per non aver provato a metterci del tuo.

E poi vuol dire molte altre cose: divertenti, estenuanti, piacevoli o inspportabili. Vuol dire diventare più ricchi di esperienze e più poveri di relazioni, più forti per alcuni versi e più deboli per altri. E mille altri contrasti e sensazioni difficili o facili da vivere a seconda del tuo umore o del clima o dell’avvicinarsi del tuo prossimo rientro in patria.

Insomma non è facile. Ma nemmeno così difficile. Si fa, lo possono fare tutti. Secondo me quello che ci vuole più di tutto è non programmare troppo in là, procedere un po’ per giorno. E vedere come va.

banksy - there is always hope

banksy – there is always hope