Ricordate quando ebbi quella fortuna estrema (e decisamente di classe) che mi fece vincere una cassa di champagne?

Alla fine ha prevalso l’approccio ‘è una bevanda come un’altra‘, cioè zero rispetto per questo (buonissimo, mio dio, buonissimo!) tipo di vino frizzante. L’abbiamo bevuto in ogni momento, con qualunque scusa. Hai sete? Champagne. Ti è rimasto un cattivo sapore in bocca? Champagne. Ti fa male un dente? Champagne.

Devo dire che l’amico Hemingway ne sapeva a pacchi e che il mix Champagne più Assenzio, che lui chiamava ‘Death in the afternoon‘ aveva una ragione più che valida per portare quel nome.

Dalla vincita di questa famosa cassa la mia vita (facciamo le successive 2 settimane) è andata così

Solo una bottiglia ha superato indenne le due settimane. Solo una è stata conservata per un’occasione speciale: la venuta a Manchester degli amici bolognesi. Perché il cocktail più buono di tutti si chiama condivisione, no?
Se poi ci aggiungi della vera mortadella bolognese doc (senza pistacchi!), allora il palato gode davvero.

Di questo avvenimento non ho prove fotografiche perché, si sa, la vera bellezza è invisibile agli occhi. O era qualcos’altro? E poi, ma in minor ragione, perché per quando ho preso in mano la macchina fotografica sia champagne che mortadella erano oramai spariti.

La storia insegna che: la felicità è fugace.

Madò quanto mi sento creativa sti giorni.
Saranno tutte ste siepi.
Io, a mia sorella, in vacanza a casa, nelle Marche

Da tre anni tutti mi chiedono com’è lavorare in Inghilterra.
La risposta l’avrò ripetuta diecimila volte.

La questione è stata affrontata qua, qua e qua. E pure in moltissimi altri post sparsi variamente in tutto questo blog. Del resto l’esperienza del lavoro è quella che mi ha segnato di più nella mia “nuova vita a Manchester“. Sì, più della convivenza vera col fidanzato, e pure più della questione dell’espatrio improvviso.

Da quando sono in Inghilterra ho fatto dei lavori che mi hanno dato stipendio, diritti e formazione. E già qua la differenza tra Italia e Inghilterra era evidente.

Ma ora mi trovo in una situazione diversa, la quale si è rivelata ancora più esemplificativa relativamente alle differenze tra questi Paesi.

Sono disoccupata. E non sto cercando lavoro. E non ho l’ansia. E non ho paura di non trovare un altro lavoro quando lo cercherò. Il ché mi ha regalato una cosa preziosissima che non avevo più avuto dal giorno agrodolce della mia laurea: la tranquillità.

Le cose sono andate così: dopo anni di lavoro qui a Manchester, un giorno sono stata licenziata. L’azienda era in crisi, e io ero la testa tagliabile. C’era poco da lamentarsi, sapevo che poteva succedere da un momento all’altro, ma il pensiero di questa possibilità non mi dava preoccupazioni. Se un giorno il licenziamento fosse arrivato avrei pensato al da farsi. Prima di quel giorno avrei continuato a comportarmi come sempre. E così è stato, fino alla fine di agosto di quest’anno, quando ho chiuso la porta dell’ufficio per l’ultima volta e ho bevuto l’ultima pinta coi colleghi.

Poi, semplicemente, il lunedì dopo non sono andata a lavoro.
No ansia. No emergenza. No corsa a spostare i cuscini del divano alla ricerca di spicci.

Invece, tre giorni dopo la fine del lavoro ero a Barcellona con gli amici. Molte tapas. Molto caldo. Moltissimo vermut.

Poi sono tornata a Manchester, giusto il tempo di comprare un biglietto aereo per concedermi tre settimane di vacanza in Italia. Sono andata al mare. Ho aggiornato il mio secondo blog. Ho creato un nuovo sito web con un’amica. Ho scritto a macchina con la Robotron della DDR che mi ha regalato S. Ho giocato coi cani, visitato i parenti tutti, cucinato pizze e creato regali.

Poi sono tornata a Manchester e ho comprato un altro biglietto aereo. E tra poco me ne vado un po’ a New York. A trovare un’amica, vedere i grattacieli, prendere tanto freddo.

In tutto questo viaggiare, creare, scrivere, non ho ancora iniziato a cercare un nuovo lavoro. Mi godo il tempo libero.

E stamattina, mentre sedevo su una poltrona verde della biblioteca centrale, con in mano un libro divertente, godendo della tranquilla atmosfera di una sala baciata dal sole, ho capito che per me la più grande differenza tra lavorare in Italia e lavorare in Inghilterra è adesso: è il non lavoro.

Il maggior beneficio che ho tratto dagli anni di lavoro a Manchester è che oggi posso permettermi di affrontare la perdita del lavoro come un’occasione per regalarmi qualche mese di relax anziché come una tragedia mortale.

No, non guadagnavo come un milionario. Ma mentre in Italia tra stipendio ridicolo, affitto in nero e tasse stratosferiche alla fine del mese facevo due pasti al giorno a riso in bianco e cercavo veramente gli spicci nel divano, qua no. Perché il mio pur modesto lavoro era pagato il giusto. Sì, a un certo punto – tra poco in effetti – sarà ora che mi dia da fare, ché non sono certo ricca. Ma sto in Inghilterra, non Italia, e so che comunque a un certo punto qualcosa spunterà fuori.

Allora, dopo quel giorno in cui scoprii il tempo libero dal lavoro, adesso ho scoperto il tempo libero tra la fine di un lavoro e il successivo. Un momento in cui non temo di morire di fame, né di metterci 10 anni e 100 raccomandazioni a trovare un altro lavoro quando sarà ora.

E allora eccomi qua. A godermi qualche mese tutto per me. A leggere un libro al giorno, studiare la guida di New York, creare cose con le mie mani, e scattare foto agli arcobaleni.

Con tutti. Con nessuno.

16 ottobre 2014

Manchester sta celebrando il Black History Month.
L’ottimista pensa che questa celebrazione sia una buona cosa.

Manchester celebrates Black History Month

Manchester celebrates Black History Month

Il cinico, credo, sospetta che il comune di Manchester abbia un ufficio dedicato esclusivamente alla creazione di banner e bandierine. E che forse un comune che supporta tutte, ma proprio tutte le cause che che gli capitano sia un po’ paraculo.

Per fortuna noi di cinici, qui, non ne abbiamo.

Mi arrendo

31 luglio 2014

Scusate se siete OoO questi giorni, ma io il post lo scrivo lo stesso adesso, perchè il BNS.
Non avete capito? Peggio per voi.
Magari siete al mare, ma fatevi sentire ASAP.

NSN - Non significa nulla (ad essere educati)

NSN – Non significa nulla

Un’altra delle tante cose che detesto della mia vita inglese è l’amore smisurato che questa popolazione ha per gli acronimi. Nonchè il piacere che gli autoctoni provano nel creare nuovi acronimi che hanno senso solamente nelle loro teste.

Agli inglesi gli acronimi piacciono, ma veramente tantissimo.
All’inizio mi davano fastidio, principalmente perche’ ero arrivata a lavorare in un paese straniero e in un campo che non mi era familiare e dunque dovevo impare sia gli acronimi nazionalpopolari sia quelli specifici del linguaggio del mio ufficio.

E già questo approccio acronimico lo trovavo cretino. Perchè quanto tempo risparmiate se scrivete 4 lettere anzichè 20? Sei secondi?
Sarà mica che avete paura di sbagliare lo spelling? (ricordiamo sempre il famoso plurimo tentativo della mia ex collega madrelingua).

Sarà l’amore per l’acronimo che vi fa scrivere il vostro primo e unico nome solo con l’iniziale? Non capite che l’acronimo non funziona se c’è in ballo una parola sola? O state forse cercando di tenere nascosto un nome imbarazzante? Altrimenti non vedo proprio perchè tu, cara collega, debba sempre firmarti solo V. E inserire V. come tuo nome in ogni campo possibile, social network, fattura, elenco telefonico. Cara collega, sappi che nella mia testa tu ti chiami “Voglioammazzarti”.

Ma poi ho scoperto che gli acronimi non si usano solo nel lavoro e non solo nelle mail. E lì il mio fastidio è diventato odio puro, con annesso incazzo cosmico ad ogni nuova, impossibile, assurda formulazione. A quanto pare si può acronimizzare pure mentre si parla, perchè no? Magari poi si rivela vero quello che pensava da piccola una mia amica: che bisogna risparmiare la voce perchè a un certo punto finisce.

L’altro giorno la conversazione tra due miei colleghi è venuta fuori così:
“Yesterday I’ve done my PB”
“You’ve got a PB? Sounds impossible! LOL!”

E dopo:
“I’ve got a new house in OT”
“So you’ll be doing loads of DIY”
“OMG, it’s fab, but I’m exhausted”

Vedete? Più li odio e più mi spuntano sotto gli occhi e dentro le orecchie. E’ una guerra persa. Alcuni acronimi sono inventati per l’occasione e nessuno, a meno di sapere che il collega la casa l’ha comprata ad Old Trafford (che non e’ uno stadio, ma un’intera zona di Manchester) potrebbe mai capire di cosa si stia parlando.

Vabbè, parlate come vi pare, io mi arrendo.
Però  sappiatelo: IVO, o, in inglese, IHY.

Sincerely, SBIUK

Festival

3 marzo 2014

Dell’unica volta da quando vivo a Manchester in cui sono stata felice di trovarmi qui anziché in Italia.

BBC6 Music Festival – March 1st, 2014