L’ultima cena

24 agosto 2015

Vabbè. Non proprio l’ultima, ma quasi.

Ho mangiato avanzi per svuotare il frigo. La casa è vuota. I pacchi sono stati ritirati dal corriere e le valigie sono in piedi davanti alla porta.
Domani vado all’ultimo giorno di quello che potrebbe essere l’ultimo lavoro decente della mia vita. E dopodomani addio tutto.

Va bene così perché l’ho voluto io.
Non amavo questa vita e ho scelto di cambiarla.

Sto per partire per quel viaggio di ritorno che ho aspettato tantissimo. Una cosa, però, è preoccupante: che mente i miei amici italiani festeggiano e preparano il mio arrivo, io sono tesa e ansiosa. Non so cosa succederà e se mai riuscirò a costruirmi quel minimo di sicurezza che mi serve per vivere serenamente. Quella per cui parto – o meglio, torno – è un’avventura al pari di quella nella quale mi sono buttata alla mia partenza per Manchester.

Vediamo cosa succede.
Intanto stasera fotografo l’ultimo tramonto da casa mia.
Domani saluto gli amici e dormo su un divano, e mercoledì inizio la mia nuova vita.

E scriverò anche da quella.

Tramonto a Salford, 24.08.2015

Leaving do

22 agosto 2015

“Ti giuro che vedere il tuo capo che canta Sex Bomb non ha prezzo”
(io a mia sorella, oggi)

Alle 4.50 chiamo la reception e chiedo un taxi.

Alle 5 in punto, come in tutti gli uffici inglesi che rispettino, spengo il computer. Poi mi ritiro in bagno con le colleghe per un veloce ritocco a trucco e parrucco.
Oggi è il giorno del mio leaving do e i colleghi mi hanno organizzato una sorpresa. So solo che usciamo dopo lavoro, ma non cosa si farà.

Alle 5.10 siamo al primo pub. Pinte di birra e sidri sorseggiate su un terrazzo ventoso, pienissimo e molto, molto umido.

Non ho ancora idea che quella che adesso sembra una normale uscita post lavoro stia per trasformarsi in un’escalation di tamarraggine di livelli epici che finirà solo alle 2.30.

In mezzo, una serie di attività di dubbio gusto e sicura esuberanza. Condite con una giusta dose di spudoratezza e un’inesplicabile bramosia di vida loca.

Litri di birra continuano a scorrere mentre tutti insieme ci cambiamo le scarpe per giocare a bowling. Io non ho mai giocato prima d’ora, ma me la cavo incredibilmente bene. Verso la fine, però, siamo tutti un po’ più incapaci. Che l’alcool stia influendo negativamente sulle nostre performance?

Andiamo a cena, e per lo più beviamo birre. Mangiamo, ma non è quello il punto. Il punto, è evidente, sono le birre. E tutto sta diventando più chiassoso, e i segreti si stanno svelando e gli atteggiamenti riservati che avevamo fino a tre ore fa, boh, saranno rimasti in ufficio.

Andiamo in un altro pub e restiamo intrappolati due ore tra bersaglio e freccette. Io sono una schiappa e mentre mi vengono servite altre pinte mi chiedo come mai gli inglesi, specialmente se corrotti dall’alcol, amino tanto i giochi in cui si deve prendere la mira. Ma la cosa più esilarante è il capo che conta i punti con la serietà di quando studia i report a lavoro, mentre io cerco di distrarlo urlando numeri a caso in varie lingue e spingo e sgambetto chi è di turno per tirare e pago un altro giro.

Le conversazioni sono ormai diventate schiamazzi spudorati sulle vite private di chiunque, pettegolezzi indecorosi sui colleghi non presenti e magniloquenti dichiarazioni di stima reciproca.

Una piccola passeggiata, alcune foto idiote e ci ritroviamo a China Town. Due minuti dopo siamo nel posto più estremo in cui sia mai stata: un vero karaoke cinese. In mezzo ad arredamenti di velluto viola e nero, a una quantità di specchi da farti perdere l’equilibrio e luci strobo che nemmeno a Ibiza, ci guardiamo l’un l’altro un po’ intimiditi. Nonostante l’alcool questa location da bordello ha un effetto inibitore su tutti noi. Piccolo shot di vodka e, piano piano, si comincia.

Due ore dopo l’atmosfera è completamente diversa: in piedi su un divano, sto urlando a squarciagola una delle canzoni che odio di più al mondo, mentre il capo, alla mia destra, mi coinvolge in una specie di ola, e il collega, alla sinistra, tenta invano di impossessarsi del microfono, che io tengo saldamente e non voglio mollare. Intanto una collega balla fissandosi allo specchio e un’altra è accasciata su un divano e io spero stia dormedo.

Siamo sudati, sporchi di alcol e visibilmente alterati mentre omaggiamo Manchester cantando gli Oasis quando il cinese viene a dirci che è tempo di andare via. Siamo stremati ma contenti, migliori amici di sempre che lunedì mattina, in riunione, torneranno a una routine di estraneità e reciproca indifferenza.

Faremo finta di niente, ma il ricordo di questa serata baccanalica ci legherà per sempre.

 

Contromano

27 luglio 2015

Non c’è modo di sapere se sia la scelta giusta o una cazzata di proporzioni storiche. Non posso saperlo adesso e nemmeno a breve. Il tempo delle valutazioni verrà, non è di certo adesso.

Potrei stare dove sto e avere la vita facile.

Una casa piccola ma che mi riflette molto, coi quadri alle pareti che raccontano la mia storia.

Un lavoro fatto tra gente che mi stima e mi rispetta, con colleghi simpatici, ritmi frenetici ma tutto sommato sopportabili e la sicurezza di poter crescere professionalmente nella direzione più affine alla mia indole e ai miei interessi. Uno stipendio cui non osavo nemmeno aspirare.

Potrei andare in banca, chiedere un mutuo e comprarmi una casa. Senza l’aiuto di nessuno, senza l’ansia di non farcela, senza l’umiliazione di dover chiamare i miei genitori a firmare per me. Come un’adulta.

Potrei continuare questa vita facile facile e senza intoppi. Vacanze esotiche ad ottobre e il resto dell’anno speso nella mia isola di tranquillità.

Un’isola circondata da un oceano di solitudine. Una vita spesa a sedere su una bella poltrona al centro di una grande casa vuota.

Aggrappata alla speranza che gli amici di sempre restino tali e ricordino il mio compleanno. Con un occhio al calendario e uno al sito di Ryanair per prenotare i rientri, incastrarli con quelli altrui, non deludere nessuno e condensare il poco tempo a disposizione.

Sorridere due settimane all’anno tra i profumi della famiglia, i paesaggi conosciuti e le memorie dei sentimenti più forti. Per poi tornare nella bella casa vuota. A condurre una vita senza relazioni ed evidentemente insignificante.

Non fa per me.

E allora la decisione è presa.

Ho disdetto la casa coi quadri che raccontano la mia storia. Ho scritto l’ennesima lettera di dimissioni. Ho chiuso i contratti delle bollette e presto chiuderò anche, finalmente, l’ombrello.

E ho comprato un biglietto di solo ritorno.

Ho affittato una casa in una città dove non ho mai vissuto prima, ma è in Italia e non mi fa paura. Ho già invitato degli ospiti e i primi dormiranno con me quando non avrò ancora nemmeno un letto.

Non so se troverò un lavoro e questa è la cosa che mi fa più paura. Ma non posso continuare a vivere a Manchester solo perché ho paura. Non voglio una vita tranquilla, voglio una vita vissuta in mezzo agli altri. Voglio essere parte di una cosa, di una famiglia, di una serie di inviti a cena, di uscite improvvisate e incontri fugaci. Non soltanto di una chat su WhatsApp.

Torno a casa tra un mese.

Senza un piano, ma con la certezza che buttarmi valga la pena.
Ho paura di quello che succederà, di sbattere la testa contro una realtà che mi pare meno tragica perché non me la ricordo. Ho paura che questa scelta si riveli una stupida illusione e che in poco tempo sarò costretta a fare di nuovo i bagagli e tornare indietro.

Ma lo devo fare e lo faccio.

Lascio le aride garanzie della mia vita inglese e vado alla ricerca della vera me.

But did you imagine it in a different way?

 

Ho fatto carriera

10 maggio 2015

Ci sono voluti meno di quattro anni e ce ne sarebbero voluti anche meno se “fare carriera” fosse stato il vero obiettivo. Non lo era, e io invece lavoravo solo per guadagnare quel che mi serviva per affitto, bollette e qualche viaggio ogni tanto. Stava andando già tutto bene, poi all’improvviso ho incontrato una reccruiter, lei mi ha proposto questo lavoro interessante e voilà, mi sono trovata proiettata nel mondo di quelli che ce l’hanno fatta.

Ho iniziato il nuovo lavoro meno di tre mesi fa e faccio una cosa relativa alle pubblicazioni, dove si scrive e si impagina e il risultato sono libri bellissimi. Faccio una cosa che mi piace moltissimo, ne vedo il risultato, lo tocco con mano e mi pare che il mio lavoro abbia un senso.
Inoltre l’atmosfera in ufficio è estremamente tranquilla, nonostante la pressione delle frequenti scadenze. I colleghi sono simpatici e collaborativi; ci si dà sempre una mano.

Ho riflettuto molto su questa cosa della collaborazione in ufficio e ho capito che un’atmosfera di totale cooperazione è inevitabile quando si lavora tutti col contratto vero, con stipendi veri e senza l’ansia da prestazione di chi deve mostrare di essere meglio dell’altro perché quando si rinnoverà solo un contratto su tre sarà mors tua vita mea.
Per fortuna qua in Inghilterra, e in particolare nel mio ufficio, non è così: noi siamo tutti alla pari, lavoriamo insieme e ci aiutiamo. L’obiettivo è lo stesso per tutti e i meriti sono divisi equamente.

Ah, e ve l’ho detto che lo stipendio è decisamente alto? Beh, lo è.

Va tutto bene. Però.

Lavoro tantissimo. E da quasi tre mesi la mia vita si svolge quasi esclusivamente tra le mura dell’ufficio. Mi alzo, faccio colazione, saluto S. e all’improvviso sono le 9 di sera, io sono esausta, riesco faticosamente a farmi una doccia e a trascinarmi a letto. In sogno implemento strategie e indico riunioni, mi consulto coi colleghi, porto a casa il risultato. Poi mi sveglio e rifaccio tutto dal vivo. Poi torno a casa, doccia, letto e ricomincio il giorno dopo.

Ma che senso ha? Ma che senso ha?

Che faccio nella mia vita? Io lavoro. E basta.
Non vedo un film da mesi, non scrivo sul blog, non rispondo alle mail degli amici, non leggo le riviste cui sono abbonata, non parlo su Skype con nessuno. Il sabato sono stremata e mi aggiro per casa come un fantasma evitando gli specchi per non vedere le mie occhiaie.
E sono sola: lontana dagli amici veri, dalla famiglia, dalla mia cultura. Potrò contare su qualche settimana di ferie per incontrare alcune persone che vedrò dal vivo solo per qualche giorno l’anno. Per il resto saranno telefonate e racconti di una vita vissuta separatamente. Proclamavo l’importanza di una vita di relazioni ma più sto qui e più sento di averla fallita.

Se avessi un po’ di tempo per riflettere su questi ultimi mesi mi renderei conto che ho buttato al vento tre mesi della mia vita, spesi solo a lavorare e per il resto vuoti. La crescita professionale ha qualcosa a che vedere con la crescita personale?

Sono troppo stanca anche per regalarmi una cena in un posto fico e pagarmela coi soldi guadagnati. Al weekend voglio solo togliermi la giacca e girare scalza.

La carriera, lo sapevo, non ha senso per una cui non interessano i soldi.

Cosa vorrei? Meno soldi, meno impegni, meno solitudine. E più tempo libero, più risate con gli amici, più sedute al sole in piazza Trilussa.

Lavori per comprarti la macchina per andare al lavoro

She’s out of control!

3 aprile 2015

Ma davvero sono stata sei mesi senza lavorare? Beata me!

Lavoro di nuovo da solo un mese e mi sento di aver perso il fiore degli anni, guardo indietro al fanciullino spensierato che ero e mi cruccio.

Comunque, a quanto pare ora devo lavorare, ahimé. E allora procedo a piccole conquiste. Prima: la sveglia. Ho già perfezionato la mia routine mattiniera e posso vantarmi di aver raggiunto il tempismo perfetto, quello di tipo fantozziano.

Il primo giorno la sveglia è suonata prestissimo. Ma a che serviva, poi? Ho passato la notte fissando il muro, il tailleur, lo specchio, tormentata dal dubbio: quale sarà la prima figuraccia del mio nuovo lavoro?

Non c’è voluto molto per scoprirlo: alla seconda ora, tornando dal piano di sotto, sento una voce urlarmi da lontano:

“Dove vai?”
“Alla mia scrivania!”
“Ma é dall’altra parte!”

Da lì mi sono sentita a mio agio. Caduto ogni velo, finite le inibizioni. Veterana dell’ufficio, impiegata senza paura. E ho così potuto sì lavorare, ma soprattuto rendermi conto delle assurdità che mi circondavano.

Ad esempio una macchinetta del caffè che fa il tè in quattro modi diversi, il cappuccino a temperatura da alto forno, l’americano da circa mezzo litro, una bevanda mix di caffè e cioccolata il cui pensiero mi inquieta e persino la minestra (brivido), ma che non fa il caffè.

Oppure il fatto di avere delle finestre grandissime, giganti, enormi su tutti i lati della stanza, ma che non si aprono. Perché l’edificio è climatizzato e il clima ce lo produciamo da soli e quello della natura, boh, datelo ai poveri.
Per non parlare delle tende sempre abbassate, ché non sia mai entri un po’ di sole. Tanto le luci sono automatiche e se c’è uno nella stanza stanno accese tutte.

L’aspetto positivo è che i colleghi sembrano simpatici. Assurdi pure loro, per molti versi, ma simpatici. E scioccati ogni volta che rivolgo la parola a qualcuno di un altro dipartimento. Chiacchiero un po’ con un “altro” e quando torno alla scrivania li vedo in stato confusionale.

Lo conosci quello lì?
No. Cioè, l’ho conosciuto adesso
Ma parli con tutti?
Beh, è un collega no? Facevamo le scale insieme e ci siamo parlati
Mah, mah?

Loro parlano solo tra loro o con gli “estranei” coi quali hanno dovuto lavorare a qualcosa.
Io chiacchiero brevemente con chiunque stia salendo con me le scale, o stia in fila a mensa. Parlo con quelli della security, quelli che incontro al parcheggio. Chiedo informazioni al primo che passa.
Ma questo è atteggiamento da gente stravagante, da immigrati senza pudore, da possibili pericolosi rivoluzionari.

Ma certo che ci parlo. Anche se non lavora direttamente con me è un collega, no?
Oh my God, she’s out of control!