L’assuefazione da zuppa di Tesco mi è passata. Non c’è niente da fare, non la mangio più. Saranno due mesi che passo davanti al banco frigo del supermercato senza nessuna reazione. Anzi, gli lancio anche delle occhiate di superiorità.

A dire il vero questa cosa non mi stupisce. Sapevo che l’idillio tra me e la zuppa di Tesco sarebbe finito così, come col pesto genovese Barilla: dopo averlo mangiato ogni tre giorni per tutta l’università e oltre, ho dovuto evitarlo come la morte per più di un anno.

Comunque: inevitabile conseguenza dell’aver perso il mio junk food preferito è stata la necessità di sostituirlo con un uno altrettanto soddisfacente. Ma, ehi!, sto in UK, che ci vuole!? Ci ho messo tre secondi a trovare il mio nuovo junk food preferito.

E’ il Meal Deal di Boots, che io amo tradurre con Magna Bazza, dove “magna” rappresenta sia la smisurata quantità di cibo che ti porti a casa, sia la grettezza di questo genere di soddisfazione dell’appetito. Insomma: è un sacco di roba e costa pochissimo. E in più è un pasto completo: cioè un main course (che è un sandwich o un pacchetto di sushi o un’insalata o un panino), un drink (lattina o succo o frullato o acqua) e un side (dolce o yogurt o frutta o patatine). Il tutto in porzioni enormi e in una vastità di gusti e sapori che vorrei chiamare indigesta o indigestibile, ma non oso.

Tu arrivi lì, davanti a schiere di scaffali pieni zeppi di vivande, e se riesci a capire come combinare i tre pezzi che ti spettano, meriti di portarteli via per un prezzo vergognoso. Effettivamente la scelta è operazione difficilissima, tanto che io la sbaglio sempre. Dunque ogni volta, arrivata alla cassa dopo aver passato 20 minuti a creare il mio pasto ideale, vengo rispedita indietro a cambiare almeno un pezzo. Però anche questo fa parte del gusto di un pasto così. La mia combinazione preferita è triplo sandwich con tre differenti ripieni, frullato di kiwi da bere e per dessert mousse di cioccolato con lamponi.

Oh, che vi devo dire, è buono. E poi con la mousse ti danno un cucchiaino di plastica che devi montare, una specie di sorpresa dell’ovetto kinder.

In più alcune delle opzioni sono falsamente light (si chiamano “in shape”) e sono tipo insalate ricoperte con chili di salse o sandwich superfarciti ma col pane integrale. E se ci pensi lo sai che quelli di light non hanno proprio niente. Ma dopo tutto: perché dovresti pensarci? Sto tentativo così sfacciato di fotterti mi esalta abbastanza.

Ma poi oltre alla bontà, alla quantità abnorme, alla non necessità di preparazione e al prezzo super conveniente, c’è di più. Questo Meal Deal si compra da Boots, cioè in un negozio che formalmente sarebbe una farmacia. Ecco, comprare del junk food in farmacia mi dà un brivido che non ha prezzo!

boots meal deal - magna bazza

Apocalittici e integrati

27 gennaio 2012

Quattro mesi di vita qua e S. è diventato inglese, come fosse arrivato a casa, sta nella sua dimensione. Escludiamo il junk food (ché quello l’ho preso io), ma per il resto è totalmente integrato. Consulta il meteo on line con la stessa costanza con cui respira, ma ha smesso di lamentarsi della pioggia. Non indossa guanti, cappello o doppi calzini. Non usa l’ombrello, nemmeno sotto la tempesta. Semplicemente rientra a casa bagnato e si asciuga col phon. Studia e discute coi colleghi degli argomenti che lo interessano e ci ha anche procurato un invito ad un cocktail party (di cui parlerò in un post a parte perché era allucinante), coniugando socialità e interessi culturali. Conosce i rappresentanti politici della città, del comune, del distretto, gli manca solo di incontrare la regina. E ieri è pure andato a votare per un referendum. Sa la storia della città, i problemi dell’industria, la riconversione al terziario, la bomba del 1996.

Io no.

Io sono l’apocalittica. A meno che io non stia dormendo ho gli occhi allibiti e la faccia dello stupore. Dopo quattro mesi io sono ancora la turista, con quella sensazione che scoprire questo nuovo mondo è bellissimo e entusiasmante, ma comunque tra un po’ torno a casa. Quello che so di Manchester (nonché tutto quello che mi interessa sapere) è la storia delle band. Ascolto la radio, mi piace la musica e mi sciocca ogni volta sentire che parlano in inglese anche fuori dalle canzoni. Ho sempre, costantemente, inevitabilmente freddo e me ne lamento senza sosta. In borsa ho 2 ombrelli. Quando la mattina mi sveglio e mi accorgo che sto qua mi sembra sempre assurdo, inspiegabile, comico e drammatico. Non sono ancora una cittadina inglese e non voto. Faccio un lavoro dequalificato, noioso e pesantemente subalterno. Non ho quasi niente in comune con la maggior parte dei miei colleghi. Faccio molte cose, cerco nuovi locali, nuove band, nuovi quartieri, nuove zuppe di tesco. Scorro, senza alcun tipo di stabilità. E non è una questione di lavoro e basta, perché credo che anche se avessi un lavoro vero, anche uno che dovesse piacermi, continuerei a sentirmi sempre provvisoria qua. La città mi piace e mi piacciono molte cose del vivere in uno stato civile, ma qua non è la mia città. Qua non è la mia casa. Qua è un momento. Durerà un anno? Due? Tre? Venti? Penso che saranno comunque anni di provvisorietà.

Ma si sta bene, però! Però.

Malsane abitudini alimentari

18 novembre 2011

OVVERO CIBI CHE DANNO ASSUEFAZIONE

Quando ho preso la mia valigia di cartone tenuta su dallo spago e sono emigrata oltremanica lo sapevo già che avrei avuto dei problemi alimentari. Il fatto è che io non amo particolarmente cucinare, mentre amo profondamente il junk food.

Un po’ per retaggio culturale ancestrale (da dove vengo io si frigge tutto. Tutto.), un po’ per ovvia delizia del palato (perchè una patata subfritta ha ovviamente più sapore della sua gemella svaporata), a me i cibi malsani mi piacciono. In più costano pochissimo, il ché per uno dalle finanze limitate come me è un’attrazione irresistibile. Perciò, anche se per lo più cerco di evitare di mangiare certi cibi, qua la tentazione è ad ogni angolo, non solo fuori di casa, ma anche dentro il frigo. Sì perché neanche quando vado al supermercato riesco a resistere al deep fried fish confezione da 8 pezzi a 2 pound. Ché non solo è buono (perché sì, è buono!), ma mi svolta ben 4 cene. Per questo, inoltre, cerco di andare al supermercato da sola, senza S., ché invece è di natura salutista, e se per esempio si trova a dover scegliere tra marmellata e nutella, sceglie la marmellata (sì, lo so, sarebbe da prenderlo e torturarlo, se non fosse che per me è meglio, così la nutella è tutta per me).

Comunque la questione che mi sta dando da riflettere in questi giorni è che la mia dipendenza alimentare si è andata a sviluppare in un senso che non avrei mai immaginato. Cioè, benché ami profondamente il fish’n’chips, i cupcake, i cookies, il pie and mash, i sausage rolls e altre aberrazioni culinarie di questo genere, l’unica cosa alla quale davvero non riesco a resistere è la zuppa di tesco!

Ricordo ancora quando l’ho vista la prima volta, nel banco frigo, assieme a tutte le sue innumerevoli gemelle di vari colori e sapori. Ho pensato fosse un cibo da ospedale, o da emergenza per quando ti si rompe la dentiera. Poi ho guardato più in basso e ho visto l’imperdibile offerta, 3×2 ad un prezzo vergognoso. Ho dovuto comprarla per forza, per lo più pensando che potevo rifilarla al salutista una volta che io avrei mangiato delle patatine fritte con hamburger. E invece è successo che il salutista, pensando che dentro quella zuppa potesse esserci roba chimicissima, ha deciso di non mangiarla e io per lo stesso motivo ho deciso di provarla.

Una rivelazione. Un raggio di sole nel grigiore del cielo inglese. E’ così buona, cremosa, saporita, economica, velocissima da preparare, che è diventata il mio cibo preferito. Mi ha irretito. La amo. La mangerei di continuo.

A lei dedico questo post.

Oggi mangio quella leek and potato. Tesco soups