Ho la casa-pacchi. Siedo sui pacchi, mentre guardo un orizzonte di pacchi e la luce dalle finestre filtra a spiragli in mezzo a montagne di pacchi.

Tutto quello che ho è incartato, e onestamente mi sento un po’ incartata anch’io. Intrappolata in una giungla di…pacchi! Come sapete, ho comprato un biglietto di solo ritorno, e i pacchi sono quello che mi tocca prima dell’agognato (e molto temuto) rimpatrio.

Intanto continuo a lavorare. Al mattino tiro fuori il tailleur da una valigia, recupero i trucchi da un piccolo pacchetto, scavalco alcuni pacchi più grandi ed esco. Poi la sera rientro e faccio altri pacchi.

Continuerà così per qualche altro giorno. Tra oggi e la partenza ci saranno: almeno 8 ore quotidiane di lavoro, almeno un altro riempimento di pacchi al giorno, e alcune feste/cene/sbornie di addio.

scatoloni del mio trasloco

Non ho tempo per pettinarmi, cucinare o dilungarmi sui dettagli. Solo per una cosa ho tempo: il QUIZZONE!

Secondo voi, e senza alcun indizio, dove sto per andare a vivere?

Risposte nei commenti!
(voi lettori che lo sapete, ovviamente, non potete rispondere! però se vi va potete dare qualche enigmatico indizio!)

Chi vince riceverà la mia prima cartolina dalla mia nuova città!

Via al quizzone!!

foto da italianhandful.wordpress.com

foto da italianhandful.wordpress.com

e altre frasi tipiche dell’espatriato:

  • E il mare? Si vede il mare?
  • Nooooooooooo, le mie scarpe blu stanno in Italia!
  • Ti ricordi quando ti dovevi fare due docce al giorno per via dell’afa? Bei tempi…
  • Ma che è Llandudno?
  • Sì, buona sta cena, però vuoi mette ‘na bella pizzetta?
  • Non accendere la luce in camera ché entrano le zanzare! Ah no…
  • Ehm, no, veramente in Italia il garlic bread non esiste…
  • Ma che vuol dire che il primo maggio si fa il 6 maggio?!

Ieri

22 maggio 2012

birrette al sole

Mi sono svegliata e c’era il sole. Non un pallido sole. Non qualche raggio che sbirciava incerto da dietro uno spesso strato di nuvole. Proprio un bel sole vero, di quelli da primavera inoltrata.

Mi sono alzata dal letto senza tremare e ho camminato scalza dopo mesi e mesi di calzettoni di lana. Mi sono aggirata per la casa con in dosso una t-shirt recuperata dal fondo dell’armadio e un sorriso stupito e fiero. Non era giorno di lavoro perciò ho fatto tutto con calma, colazione col caffè appena macinato e i biscotti buoni.

Sapevo che il corriere era in viaggio con un bel pacco. Nell’attesa mi sono intrattenuta chiacchierando su skype con tutti quelli che conosco.

E’ suonato il telefono e mi hanno detto che sì, mi hanno preso per quel lavoro in ufficio che volevo. E che sì, posso cominciare tra un paio di settimane, così ho il tempo per fare prima una vacanza in Italia.

Allora ecco trovato l’impegno: scrivere la mia seconda lettera di dimissioni in sei mesi, con tutta la soddisfazione del caso e pregustando con goduria il momento della consegna ai capi.

Ho messo una giacchetta in borsa (solo per scaramanzia) e sono uscita vestita leggerissima per fare un giro sotto una luce insolitamente calda. Sono andata al pub, ho portato la mia birretta all’aperto e l’ho bevuta guardando il tramonto seduta per terra sul prato.

Poi sono andata a cena in un ristorante giapponese buonissimo e super economico. E al ritorno a casa ho scoperto che quel cartone di vini che credevo vuoto serba in realtà altre due bottiglie di rosso di qualità.

Stando alle statistiche, il mio blog ha avuto il maggior numero di accessi dal giorno dell’apertura.

Ed era pure il mio ventunesimo compleanno. Di nuovo!

Una giornata perfetta. Eddaje!

Andare via dall’Italia

11 maggio 2012

Questo post me l’avete praticamente strappato dalla penna. Tutti voi (tanti, cazz!) che ogni giorno iniziate la vostra emigrazione cercando su google “andare via dall’Italia”. E arrivate qua e incominciate a farvi un’idea di quello che possa voler dire farla veramente, quella cosa che vi viene in mente a ogni visione di TG, a ogni curriculum senza risposta, a ogni nuova tassa sulle mutande a pois, a ogni De Gennaro nominato sottosegretario.

Questo post ve lo scrivo in una giornata qualunque fuori dall’Italia e fuori dall’Euro, durante una tipica pioggia battente tra i raggi del sole. Durante una pioggia forte e duratura che non è un acquazzone estivo, non anticipa nessuna bella giornata e non porterà nemmeno l’arcobaleno. Alzerà vagamente le temperature, portandole a mala pena sopra la soglia del numero a due cifre.

Scrivo oggi – in una pessima giornata grigia e senza aprire i giornali italiani online – nel tentativo di essere razionale. Ché se per puro caso oggi qua ci fosse il sole o stessi leggendo uno di quei titoli dei nostri giornali mainstream (schifosi in forma e contenuti), questo post reciterebbe più o meno così: “sì, dobbiamo andarcene tutti dall’Italia”.

Quando sono partita per Manchester la sensazione era di aver preso una decisione molto importante in un tempo molto piccolo. Pensavo di aver fatto le valigie in quattro e quattr’otto senza essere stata a rifletterci troppo. Pensavo che la mia partenza fosse stata una diretta derivazione di pochi fattori che si erano sistemati in modo da tracciare una via irrinunciabile: perdita del lavoro, trasloco inevitabile, S. direzionato verso Manchester.

E invece non era così. Quelli sono stati solo gli episodi scatenanti. Latente, da molti anni oramai, c’era la consapevolezza di non stare bene, di aver bisogno di cambiare aria e soprattutto di smettere di vivere l’umiliazione quotidiana di lavorare in Italia, con una paga che non era uno stipendio, senza ferie, senza permessi, senza malattia, senza orari stabiliti, senza poter mettere da parte un soldo. La mia non-carriera italiana, fatta di lavori che mi piacevano molto e non pagavano e lavori che non mi piacevano e pagavano poco, fatta di giorni liberi dal primo lavoro per andare a fare il secondo, serate passate a lavorare da casa a cose interessanti e giornate passate in ufficio con gente meschina e approfittatrice, mi aveva stancato. Era chiaro che “fare gavetta” era una frase vuota. Perché quando esperienza, responsabilità e competenze aumentano mentre lo stipendio e i diritti diminuiscono, quello non si chiama gavetta, ma sopraffazione.

Allora mi sono trovata all’improvviso in un’altra nazione. Con l’entusiasmo e la paura delle cose nuove, quelle grandi, che cambiano la storia della tua vita.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire accorgersi, con imbarazzo, di provare stupore per cose che dovrebbero essere la norma ma da noi non esistono: il tuo capo che ti dice grazie, un lavoro a tempo intedeterminato, il tuo stipendio che cresce ogni 3 o 6 mesi, assieme alla tua esperienza. E poi la possibilità di affittare una casa vera, intera, solo per te, anche se fai un lavoro umile, l’autobus che passa all’ora stabilita, le visite mediche con l’interprete nel caso tu non sia ancora pratico con la lingua. I figli di ragazze giovani, nati perché essere incinta non vuol dire anche essere licenziata. Le serate che iniziano alle 6.30 perché 8 ore di lavoro sono abbastanza e nessuno viene insultato per essere uscito dall’ufficio all’orario stabilito dal suo contratto. Essere considerato adulto e non ragazzo a 30 anni, con tutte le responsabilità del caso.

Vivere fuori dall’Italia è vedere una televisione che oltre alle scemenze presenta anche programmi interessanti, é vedere i film nella loro lingua originale. E’ ascoltare la gente comune fare domande a politici che rispondono per davvero. E’ ritrovare una dignità di persona e lavoratore che da noi non esiste più.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire anche essere lo straniero: immergersi in una cultura nuova e sconosciuta, non capire le battute nazionalpopolari e non conoscere i personaggi famosi, sperimentare la guerra tra un cervello che pensa con la sua cultura e una bocca che parla una nuova lingua. Vuol dire sentirsi rispondere “è per questo che l’Italia è fallita” ogni volta che commenti il prezzo esagerato dell’insalata, vuol dire comprare i pomodorini a decine anziché a chili, rinunciare al pane vero.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire essersene andato e cioè stare lontano: da quegli amici cui non devi raccontare il passato perché l’hanno vissuto con te, dalla famiglia, dal tuo locale preferito, dal profumo della peperonata al giovedì e della pasta col sugo avanzato il giorno dopo. Vuol dire dover rendere tua un’altra casa, senza i mobili di sempre e lo specchio nel quale ti vedi più magra. Vuol dire litigare col tuo fidanzato e non poter sbattergli la porta in faccia per andare a parlar male di lui con la tua amica. Vuol dire non esserci quando succedono le cose importanti a quelli che conosci e aspettare di essere tutti connessi a skype per dirsi le novità. Dover andare al matrimonio con un vestito inglese, cercando quello che sembri meno inglese possibile. Tenere sotto controllo quotidiano le offerte delle compagnie aeree.

Vuol dire provare frustrazione al ventesimo giorno di pioggia, a maggio, quando il tuo corpo è pronto alle maniche corte ma fuori ci sono 11°. Vuol dire cominciare nuove relazioni, conoscere nuovi locali e nuovi indirizzi, con tutta l’eccitazione dei primi mesi e la stanchezza dei mesi successivi. Vuol dire nostalgia costante, più o meno intensa, ma presente, come compagnia fissa.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire sapere cosa succede in patria dai giornali e dagli amici, senza vivere in prima persona lo spirito del tempo e senza contribuire in nessun modo. Vuol dire vedere il tuo paese che continua la sua caduta e sentirti vigliacco ed egoista per non aver provato a metterci del tuo.

E poi vuol dire molte altre cose: divertenti, estenuanti, piacevoli o inspportabili. Vuol dire diventare più ricchi di esperienze e più poveri di relazioni, più forti per alcuni versi e più deboli per altri. E mille altri contrasti e sensazioni difficili o facili da vivere a seconda del tuo umore o del clima o dell’avvicinarsi del tuo prossimo rientro in patria.

Insomma non è facile. Ma nemmeno così difficile. Si fa, lo possono fare tutti. Secondo me quello che ci vuole più di tutto è non programmare troppo in là, procedere un po’ per giorno. E vedere come va.

banksy - there is always hope

banksy – there is always hope

Io penso positivo?

15 marzo 2012

Qualche tempo fa avevo realizzato che, a causa di alcuni ineluttabili e discutibili impegni, non sarei riuscita a celebrare la giornata nazionale dei pancakes. L’orrore per quella scoperta mi aveva portato a scrivere Una vita di stenti, post nostalgico e deprimente nel quale si iniziava a parlare dei pancakes mancati per finire ad elencare le molte cose che mancano a questa mia vita inglese.

Che tristesse!

Però poi è successo che al di là di ogni possibile previsione, nel giorno della festa dei pancakes mi sono liberata prestissimo da tutti quegli impegni cretini che avevo e sono riuscita a concedermi una merenda di pancakes col gelato, il cioccolato e i frutti rossi. E pure una tazza di tè.

Allora lì, col palato felice, la pancia piena e un brufolo in arrivo, ho capito che la mia non è solo una vita di stenti, ma che ci sono un sacco di cose per le quali è meglio vivere in Inghilterra anziché in Italia, nonostante qua non si sia mai visto uno spaghetto al dente.

Mi vengono in mente quegli aspetti orribili della vita italica ai quali oramai non devo più sottostare stoicamente (leggi: inveendo come un’indemoniata blasfema). Sembra strano, ma sono parecchi. Ne cito alcuni.

Allora, via. Ecco i motivi per cui vivere in Uk è meglio che vivere in Italia:

  1. Non sai dell’esistenza dei Soliti Idioti;
  2. Nel discutere di attualità non devi fingere di sapere cosa sia un “marò”;
  3. Nei bagni (pure in quelli pubblici e in quelli dei pub sfigati e in quelli chimici dei concerti) c’è sempre la carta igienica;
  4. Quando celebrano la band locale si tratta degli Smiths, dei Joy Division, degli Oasis, degli Happy Mondays, dei Buzzcocks…..;
  5. Dopo che hai lavorato, ti pagano;
  6. Pure se esci in pigiama, o coi bigodini, o col trucco sfatto, o coi colori di arlecchino in versione psichedelia, non sei mai la peggio vestita;
  7. Nessuna radio ha mai passato i Negramaro.

E se nonostante tutto questo ben di dio, la nostalgia dovesse riproporsi, posso sempre contare sui manifesti di conforto pensati dal governo per tirarmi su (grazie a Claudiappì per la segnalazione):

versione pulp del manifesto keep calm and carry on