Madò quanto mi sento creativa sti giorni.
Saranno tutte ste siepi.
Io, a mia sorella, in vacanza a casa, nelle Marche

Da tre anni tutti mi chiedono com’è lavorare in Inghilterra.
La risposta l’avrò ripetuta diecimila volte.

La questione è stata affrontata qua, qua e qua. E pure in moltissimi altri post sparsi variamente in tutto questo blog. Del resto l’esperienza del lavoro è quella che mi ha segnato di più nella mia “nuova vita a Manchester“. Sì, più della convivenza vera col fidanzato, e pure più della questione dell’espatrio improvviso.

Da quando sono in Inghilterra ho fatto dei lavori che mi hanno dato stipendio, diritti e formazione. E già qua la differenza tra Italia e Inghilterra era evidente.

Ma ora mi trovo in una situazione diversa, la quale si è rivelata ancora più esemplificativa relativamente alle differenze tra questi Paesi.

Sono disoccupata. E non sto cercando lavoro. E non ho l’ansia. E non ho paura di non trovare un altro lavoro quando lo cercherò. Il ché mi ha regalato una cosa preziosissima che non avevo più avuto dal giorno agrodolce della mia laurea: la tranquillità.

Le cose sono andate così: dopo anni di lavoro qui a Manchester, un giorno sono stata licenziata. L’azienda era in crisi, e io ero la testa tagliabile. C’era poco da lamentarsi, sapevo che poteva succedere da un momento all’altro, ma il pensiero di questa possibilità non mi dava preoccupazioni. Se un giorno il licenziamento fosse arrivato avrei pensato al da farsi. Prima di quel giorno avrei continuato a comportarmi come sempre. E così è stato, fino alla fine di agosto di quest’anno, quando ho chiuso la porta dell’ufficio per l’ultima volta e ho bevuto l’ultima pinta coi colleghi.

Poi, semplicemente, il lunedì dopo non sono andata a lavoro.
No ansia. No emergenza. No corsa a spostare i cuscini del divano alla ricerca di spicci.

Invece, tre giorni dopo la fine del lavoro ero a Barcellona con gli amici. Molte tapas. Molto caldo. Moltissimo vermut.

Poi sono tornata a Manchester, giusto il tempo di comprare un biglietto aereo per concedermi tre settimane di vacanza in Italia. Sono andata al mare. Ho aggiornato il mio secondo blog. Ho creato un nuovo sito web con un’amica. Ho scritto a macchina con la Robotron della DDR che mi ha regalato S. Ho giocato coi cani, visitato i parenti tutti, cucinato pizze e creato regali.

Poi sono tornata a Manchester e ho comprato un altro biglietto aereo. E tra poco me ne vado un po’ a New York. A trovare un’amica, vedere i grattacieli, prendere tanto freddo.

In tutto questo viaggiare, creare, scrivere, non ho ancora iniziato a cercare un nuovo lavoro. Mi godo il tempo libero.

E stamattina, mentre sedevo su una poltrona verde della biblioteca centrale, con in mano un libro divertente, godendo della tranquilla atmosfera di una sala baciata dal sole, ho capito che per me la più grande differenza tra lavorare in Italia e lavorare in Inghilterra è adesso: è il non lavoro.

Il maggior beneficio che ho tratto dagli anni di lavoro a Manchester è che oggi posso permettermi di affrontare la perdita del lavoro come un’occasione per regalarmi qualche mese di relax anziché come una tragedia mortale.

No, non guadagnavo come un milionario. Ma mentre in Italia tra stipendio ridicolo, affitto in nero e tasse stratosferiche alla fine del mese facevo due pasti al giorno a riso in bianco e cercavo veramente gli spicci nel divano, qua no. Perché il mio pur modesto lavoro era pagato il giusto. Sì, a un certo punto – tra poco in effetti – sarà ora che mi dia da fare, ché non sono certo ricca. Ma sto in Inghilterra, non Italia, e so che comunque a un certo punto qualcosa spunterà fuori.

Allora, dopo quel giorno in cui scoprii il tempo libero dal lavoro, adesso ho scoperto il tempo libero tra la fine di un lavoro e il successivo. Un momento in cui non temo di morire di fame, né di metterci 10 anni e 100 raccomandazioni a trovare un altro lavoro quando sarà ora.

E allora eccomi qua. A godermi qualche mese tutto per me. A leggere un libro al giorno, studiare la guida di New York, creare cose con le mie mani, e scattare foto agli arcobaleni.

Decompressione

16 settembre 2014

Ti piace alzarti e non dover andare a lavoro?” S. stamattina

Sì che mi piace alzarmi e non dover andare a lavoro.

Certo, nella parte più nascosta dei miei pensieri so che questo genere di risveglio oggi mi piace perché è da poco che ho smesso di lavorare, perché non ho ancora iniziato a cercare un’altra fatica, non ho ancora ricevuto risposte negative alle mie application e non sono stata assalita dalla paura di non poter più pagare le bollette. So far.

Ma, dicevo, quella è la parte più remota e si trova bella lontana da quella parte superficiale – in tutti i sensi – che la mattina fa una colazione lunghissima. Poi torna a letto a leggere il giornale. Poi si alza e si dedica, con lentezza, a progetti a metà tra il passatempo e la genialità. Il tutto mentre mentalmente prepara un leggero bagaglio per il prossimo viaggio.

Mi permetto dei piccoli lussi che normalmente non mi concedo. Come scambiare per qualche giorno rainy Manchester con una città dove si pranza all’aperto, si passa tutto il tempo in strada, si mangia cibo buono e unto e, sopratutto, si usano un sacco le panchine.

Una città con le panchine Una città dove si passa il tempo all'aperto

Poi torno, riprendo le lunghe colazioni e i pomeriggi di lettura e champagne e intanto organizzo altri viaggi. Altri progetti. Altri incontri.

Tutti senza pressioni. Senza la paura di sbagliare, senza tensioni o pensieri per il futuro. Mi dedico al breve termine. E quando, a breve, terminerà, chissà.

Fuggire sì ma dove?

23 marzo 2013

Informazioni Utili #1

E’ il terzo giorno di primavera e a Manchester nevica.
Quelli che mi dicono che in Italia fa freddo non ascoltavano quando ho detto che oggi a Manchester ci sono 0 gradi e il prato sotto casa mia è completamente bianco. La prossima settimana sarà tutta così, proprio come quella appena passata. E quella prima ancora.

Eppure pare che vivere in Inghilterra sia meglio che vivere in Italia. Ve lo hanno ricordato le elezioni, la disoccupazione, gli esodati, gli affitti in nero, gli stipendi ridicoli, i dibattiti politici sempre più uguali ai talk show del pomeriggio e molto altro.
A me invece lo avete ricordato voi scrivendomi un sacco di email per chiedere consigli sull’emigrazione e leggendo e rileggendo i post agrodolci sulla vita dell’espatriato.

Allora opto per una paginetta dedicata a post di informazione. La chiamerò “Informazioni utili” e tratterà i seguenti punti:

– Dove emigrare: perché scegliere Manchester
– Dove vivere a Manchester
– Trasporto pubblico. Cioè trasporto privato
– Come cercare casa, quanto costano gli affitti, quanto costa acquistare una casa
– Studiare l’inglese a poco prezzo
– Cercare lavoro, che lavoro fare

The Queen

Cominciamo subito. Perché scegliere Manchester.

Innanzitutto cominciamo con la selezione della nazione. Lasciamo l’Italia, va bene, ma per dove?
Io scarterei subito i paesi extraeuropei. Del resto noi non siamo emigranti per amore dell’ignoto e dell’avventura, ma miseri esuli in cerca di un riparo provvisorio in attesa di tempi migliori che ci permettano un immediato rientro in patria. Allora meglio non allontanarsi troppo. Inoltre siamo nel mezzo di un esperimento che potrebbe fallire e nel caso il rientro in patria dovesse essere richiesto inaspettatamente presto sarebbe meglio non trovarsi dall’altra parte del mondo.

Scartato il resto del mondo vanno poi eliminati quei paesi dell’Europa che se la passano male come l’Italia o anche di più. E qua la scrematura è estrema. Resteranno solo due opzioni: Regno Unito e Germania.

In Germania però si parla tedesco, una lingua dal suono aggressivissimo che ha il netto handicap di essere parlata solo in Germania. Per contro, nel Regno Unito si parla inglese, ovvero una lingua semplice e che, guarda un po’, si parla in tutto il mondo.
Allora auf wiedersehen Germania, hello Regno Unito.

Londra si scarta come la peste. Londra è fichissima, c’è un sacco di roba da fare, da vedere e da vivere e ci sono pure, inevitabilmente, molte più possibilità di lavoro che in qualunque altra città del regno. Però è carissima. Più cara di Roma e Milano, nonché più grande e più difficile da gestire. Sicuramente il livello di ficosità (cit.) di Londra è inarrivabile per qualunque altra città europea, ma noi siamo dei piccoli, timidi e soprattutto poveri esuli italici abbronzati e smarriti. Londra farà per noi tra qualche anno, quando avremo qualche soldo in tasca e potremo permettercela. Per adesso no. Scartata Londra per tutta questa serie di comprensibili e ingiuste ragioni, si presentano poche altre opzioni.

Detto no ai paeselli (per ovvi motivi di depressione), restano in gioco Birmingham, Brighton, Edimburgo, Glasgow, Liverpool, Manchester. La scelta sensata da fare a questo punto è Manchester perché se è vero che ognuna di queste città vanta alcuni aspetti positivi, Manchester è l’unica che li raccoglie tutti.

E’ abbastanza grande (500mila abitanti la città e 2milioni e mezzo l’hinterland), ha prezzi ragionevoli per le case (sia affitto che vendita), ha tre università e una vita culturale di tutto rispetto, è ben posizionata in mezzo al paese, permette l’uso di due aereoporti (Manchester e Liverpool) ed è dunque ben collegata con molte città italiane. Inoltre, pur non essendo la seconda città più grande del regno (che è Birmingham), è per qualche ragione trattata come se lo fosse e dunque tutti gli spettacoli, gli eventi e i concerti che, oltre a Londra, prevedono un bis, si fanno a Manchester (e non a Birmingham!).

Storicamente, infine, Manchester è la città della muisca inglese per eccellenza. The Smiths, the Buzzcocks, The Fall, Joy Division, New Order, Oasis, Happy Mondays, Inspiral Carpets, The Stone Roses, The Verve, Chemical Brothers, The Courteeners, Elbow e un sacco di altri sono di Manchester.
E questo è buono per via di tutti i festival, i concerti e le rimpatriate di band che si fanno in città e dintorni.

E questo è quanto per oggi.
La storia insegna che: tutta l’Italia è meglio, ma se proprio devi emigrare, Manchester è una buona scelta.
See ya!

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