L’immigrata

19 febbraio 2015

The Guardian went for “BBC man does a Partridge,”
referencing the classic “Dan! Dan! Dan!” scene

da The Bono-gate at Oscars 2014

 Frustration meme

Leggo tutto l’articolo. Lo trovo divertente. Capisco le parole, riconosco i verbi, gli aggettivi, i nomi. Capisco il contenuto e pure l’ironia fra le righe. E poi SBAM!

Non ho idea di cosa voglia dire “fare il Partridge” e non conosco la “famosa” scena di “Dan, Dan, Dan” cui si fa riferimento nell’articolo.

Mi capite quando dico che il problema di essere l’immigrato non è la lingua?

L’inglese non è una lingua difficile. Abbiamo anche la fortuna di studiarla fin dalle elementari. Ci serve un po’ di pratica, un po’ di dedizione e poi è fatta. L’inglese si impara. Non ci vuole nemmeno tanto tempo.

Ma quanto tempo ci vuole per imparare la cultura?
Capiamoci, per piacere, non è che credo che per la mia vita di tutti i giorni a Manchester io debba conoscere a memoria Shakespeare. Non stiamo parlando di libri, ok?

Parlo del sostrato culturale, il terreno comune sul quale si muove la comunicazione tra le persone. Non è un aspetto secondario. É fondamentale per capirsi e per andare un po’ oltre le chiacchiere sul meteo. Io qua ci vivo, non mi posso accontentare della comunicazione di base, mi capite?

Però evidentemente per la mia vita di tutti i giorni dovrei sapere cosa vuol dire “fare il Partridge“. Perché finché non capisco i dettagli resto sempre la straniera e sono in qualche modo diversa. Lo so che posso cercarlo su Google. Ma sapete quante cose dovrei cercare su Google in un giorno normale se adottassi questo approccio? O quante volte dovrei interrompere il mio interlocutore durante una frase di venti parole?

Pensate un attimo a tutto il non detto che giace sotto uno scambio di battute della vita quotidiana.

Io: “Mi hanno chiesto se accetto questo lavoro
o voglio fare altri colloqui con altre aziende

Mia sorella: “Ahah, un po’ come giocare a Sette e Mezzo

In pochissime parole c’è tutta un’italianità che valla a spiegare a uno che l’Italia non la sa. C’è il tutto che è più della somma delle parti.
Implicito, ad esempio, c’è il mio stupore per il fatto che qualcuno non dia per scontato che accetterò un lavoro solo perché mi è stato offerto; c’è la la voglia di sottolineare la differenza tra l’Inghilterra che mi propone diversi colloqui di lavoro e l’Italia dove è già difficile che me ne sia concesso uno solo. D’altra parte mia sorella cita un gioco tipico italiano, e sottintende che a fare altri colloqui uno rischia di sballare, e di trovarsi poi a dover prendere una decisione ancora più difficile.

Mi succederà mai di avere una conversazione così snella, efficace e significativa in una lingua che non è la mia lingua madre?

Conosco diversi italiani qua a Manchester che non vivono il mio stesso problema. Fanno dei lavori fichissimi e si accontentano di quello. Una volta che sul lavoro le cose vanno bene si sentono soddisfatti e non hanno bisogno di altro.

A me pare un modo di vivere un po’ sterile.

Quando leggo i giornali vorrei capirne non solo le parole, ma anche il sentimento. Ma come si può pensare che il problema dell’immigrante sia solo la lingua? La cultura va ben oltre.

Quando la mia amica doveva scegliere il nome per suo figlio le ho detto che di nomi inglesi mi piaceva Jamie. Mi ha risposto schifata che è un nome tramarrissimo.
Perché non lo sapevo?
Perché non si impara al corso di inglese. E non sta bene dirlo nelle conversazioni di lavoro. E comunque nessuno ha bisogno di dirlo perché lo sanno tutti.
Tutti tranne io, l’immigrata.

E dopo quasi quattro anni qui sono stanca di essere sempre quella che non sa, quella che deve chiedere spiegazioni, quella che interrompe la goliardia di un gioco di parole perché non sa il sottotesto.

É eccitante farlo ogni tanto. Viaggiare e mettersi nella posizione scomoda dell’intruso e scoprire un sacco di cose nuove e sfidare se stessi e tornare a casa migliorati, sapendo più cose.

Farlo tutti i giorni è frustrante. Farlo sul lavoro è sfiancante e rende le giornate interminabili.
Non sapere cosa sta bene e cosa no, che cosa è normale e cosa no. Dovere imparare tutto da zero, sempre e in qualunque circostanza. Dover chiedere, chiedere, chiedere tutto. A tutti. Ogni giorno. Senza poter utilizzare le conoscenze che hai così facilmente assorbito in trent’anni di vita in un’altra nazione. Dovendo invece sovrapporvi una nuova serie di “normalità” imparate con lo sforzo di chi non è più malleabile come un bambino.

Ecco. Essere lo straniero è anche questo. E un lavoro fico non basta certo a renderlo più facilmente sopportabile.