cocktail party

-“Oh, sabato festa da me! Porta chi ti pare e qualcosa da bere.”

-“Daje!”

I giovani non trovano lavoro e gli adulti li stanno licenziando, le fabbriche sono chiuse o stanno per chiudere, la pioggia lascia morti quanto il terremoto, i trasporti pubblici fanno pena, le pensioni non esistono più. Insomma una tragedia dietro l’altra, una crisi che più crisi non si può. Magari tra un po’ mangeremo pasta scotta, ché fa più volume e riempie di più.

Insomma, l’Italia è un paese finito. Perché? Manchiamo di organizzazione, gente! Ma dove ci presentiamo?

Mi sono resa conto che in tutti questi anni ho sbagliato clamorosamente lasciandomi guidare dall’entusiasmo anzichè da un’agenda, cedendo alla goliardia anziché lasciare spazio all’efficienza, lanciando un urlo laddove serviva un foglio excel! Oh, me, oh, scema!

S. è stato invitato ad un cocktail party che è stato utile per dare un senso a molte parole sconosciute in Italia, come ufficialità, organizzazione, rigore, tolleranza zero.

Io gli inviti alle feste li ho sempre fatti in meno di 140 caratteri, pure quando non c’era Twitter. Pensavo che per fare festa servisse solo avere una casa a disposizione e un giorno dopo non troppo impegnativo. Sbagliavo.

Dopo aver incontrato ad una riunione questa studiosa di non so cosa, S. è corso a casa a controllare la posta, sapendo già che avrebbe trovato la mail di questa tipa relativa ad un cocktail party prossimo venturo. E infatti, passate appena due ore dalla fine della riunione e mancando ancora una settimana all’evento, la mail era già lì, con scritto il giorno della festa, l’indirizzo della casa, i numeri dei bus che dal centro arrivano a quella zona e l’orario di inizio (h.20.00. O’clock!! dunque giammangiati). E fino a qua si era sviscerato il concetto di organizzazione. Ma non era tutto.

C’era da rispondere il prima possibile per ricevere poi l’ulteriore mail “con maggiori dettagli”. E qui lo sciocco si chiede quali altre informazioni possano servire.

S. mette subito in chiaro la sua italianità sottolineando che lui considera l’invito rivolto anche a me e al nostro ospite di quel weekend, dunque ci presenteremo in tre, se lecito. Brivido. Risposta affermativa della studiosa, la quale aggiunge in calce alla mail: “in allegato trovi gli altri dettagli”. E qui, chiarito il concetto di ufficialità, arriviamo al rigore: un foglio excel con dentro una tabella complicatissima con delle equazioni a più incognite, seni, coseni e alcune radici quadrate per arrivare al risultato che ogni invitato deve portare delle cose da bere. Delle specifiche cose da bere!

A noi toccava: 1 bottiglia di gin, una di vodka, una di granatina e un pacco di ghiaccio. Fatica per interpretare la complicatissima tabella, incazzo per la prospettiva di una spesa costosissima e frustrazione per non sapere cosa sia la granatina.

Arriviamo finalmente alla festa, senza granatina e con un ritardo politico di 1 ora e mezza. Ci apre la padrona di casa ed è subito chiarito il concetto di tolleranza zero. L’assenza di ghiaccio e granatina lascia tutti un po’ perplessi, ma cerchiamo di superare l’imbarazzo con il tema successivo, ossia: ” e questo?”. “Ho preparato un documento con tutti i cocktail che si possono fare con gli ingredienti a disposizione. Se cerchi ad esempio “vodka” il documento ti trova tutte le ricette che la contengono. Qui c’è il computer, qui erbe e decorazioni, qui i pestelli, qui gli shaker, qui tovaglioli e cannucce, qui i bicchieri lunghi e qui quelli a cono, qui lo zucchero di canna, lime, limone e tutti i frutti….”. “Ok, capito, versami qualunque cosa, ma subito!”.

Per fortuna anche se i metodi organizzativi del party inglese differiscono parecchio dai metodi italici, le finalità sono le stesse: abbiamo bevuto. Parecchio.

E a quel punto lo shock è stato rimpiazzato da un trenino hawaiano.

Apocalittici e integrati

27 gennaio 2012

Quattro mesi di vita qua e S. è diventato inglese, come fosse arrivato a casa, sta nella sua dimensione. Escludiamo il junk food (ché quello l’ho preso io), ma per il resto è totalmente integrato. Consulta il meteo on line con la stessa costanza con cui respira, ma ha smesso di lamentarsi della pioggia. Non indossa guanti, cappello o doppi calzini. Non usa l’ombrello, nemmeno sotto la tempesta. Semplicemente rientra a casa bagnato e si asciuga col phon. Studia e discute coi colleghi degli argomenti che lo interessano e ci ha anche procurato un invito ad un cocktail party (di cui parlerò in un post a parte perché era allucinante), coniugando socialità e interessi culturali. Conosce i rappresentanti politici della città, del comune, del distretto, gli manca solo di incontrare la regina. E ieri è pure andato a votare per un referendum. Sa la storia della città, i problemi dell’industria, la riconversione al terziario, la bomba del 1996.

Io no.

Io sono l’apocalittica. A meno che io non stia dormendo ho gli occhi allibiti e la faccia dello stupore. Dopo quattro mesi io sono ancora la turista, con quella sensazione che scoprire questo nuovo mondo è bellissimo e entusiasmante, ma comunque tra un po’ torno a casa. Quello che so di Manchester (nonché tutto quello che mi interessa sapere) è la storia delle band. Ascolto la radio, mi piace la musica e mi sciocca ogni volta sentire che parlano in inglese anche fuori dalle canzoni. Ho sempre, costantemente, inevitabilmente freddo e me ne lamento senza sosta. In borsa ho 2 ombrelli. Quando la mattina mi sveglio e mi accorgo che sto qua mi sembra sempre assurdo, inspiegabile, comico e drammatico. Non sono ancora una cittadina inglese e non voto. Faccio un lavoro dequalificato, noioso e pesantemente subalterno. Non ho quasi niente in comune con la maggior parte dei miei colleghi. Faccio molte cose, cerco nuovi locali, nuove band, nuovi quartieri, nuove zuppe di tesco. Scorro, senza alcun tipo di stabilità. E non è una questione di lavoro e basta, perché credo che anche se avessi un lavoro vero, anche uno che dovesse piacermi, continuerei a sentirmi sempre provvisoria qua. La città mi piace e mi piacciono molte cose del vivere in uno stato civile, ma qua non è la mia città. Qua non è la mia casa. Qua è un momento. Durerà un anno? Due? Tre? Venti? Penso che saranno comunque anni di provvisorietà.

Ma si sta bene, però! Però.