L’occhio pazzo

21 gennaio 2015

crazy eye - steve zissou

E’ arrivato. Lo sapevo che arrivava, ve l’avevo detto.

Ero qui, sul divano, col computer sulle gambe incrociate attorcigliate da una copertona rossa (un’immagine raccapricciante, lo so) e l’occhio sinistro ha iniziato a tremolare.

Era inevitabile, lo sapevo che arrivava!

Ascolto una radio fichissima che ha appena passato Jack White e Damien Rice e adesso i New Order. Le mie orecchie sono felici, ma l’occhio resta pazzo.

E’ lì a tremolare, forse tiene pure il tempo di Blue Monday – il ché mi sarebbe un po’ di sollievo – ma comunque tremola, mi fa vedere le cose a intermittenza.

Ho fatto colazione con lentezza, col New Statesman sul tavolo e un cappuccino tra le mani. Guardavo la pioggia mischiata a neve e le persone incappucciate che passavano in strada, e godevo della fortuna che mi farà restare in casa tutto il giorno, al caldo. Il relax doveva essere assicurato in una situazione così, no?

No. Ho l’occhio pazzo, è lì che balla, lo sento. Di tutto il mio corpo sento solo l’occhio.

E’ lo stress, lo so. E’ perché sto cercando lavoro. E’ perché faccio una cosa che non voglio fare, che non so fare, che mi mette ansia.

Quando ho l’ansia mi viene l’occhio pazzo. A voi passa l’appetito? Beati voi. Beati voi!

Dicono che parlare di ciò che ci mette ansia può aiutare ad esorcizzarlo. E io voglio provarci, qui, pubblicamente. Mi mette ansia tutto quello che riguarda il lavoro. In particolare:

  • il concetto stesso di lavoro: andare tutti i giorni, per 8 ore al giorno, per 40 anni in un posto a fare una cosa inutile solo per avere in cambio dei soldi;
  • scrivere un curriculum, che in pratica è la versione testuale di un slefie: un documento che attesta quanto sei fica. E’ ritoccato, lo sanno tutti che non sei così, sei molto meno bona nella realtà, e molto meno qualificata;
  • scrivere una lettera di motivazione, che in pratica è il selfie al cubo: è come una galleria di selfie postata su Facebook. Sei tu che ti dilunghi su quanto sei preparata, esperta ed entusiasta di lavorare. Lo sanno tutti che un entusiasmo così ti viene solo al mare o a un concerto dei REM, ma la farsa must go on;
  • avere il terrore ogni volta che suona il telefono: e se mi chiamano per un colloquio? se non capisco bene cosa mi dicono? se non sono abbastanza efficace e pensano “un’altra italiana che è venuta a rubarci il lavoro”?;
  • andare a un colloquio di lavoro: l’incertezza su cosa indossare, la formalità della situazione, il vendere te stessa non più solo attraverso un documento scritto, ma di persona, recitando la parte del personaggio che più detesti nel mondo: la professionista stacanovista;
  • se mi assumono: dover cominciare tutto da zero con i capi e i colleghi, essendo la nuova, la straniera, il peso cui mostrare e insegnare tutto, quella da escludere all’ora di pranzo, quella che non sa niente.

Mi sento meglio adesso che l’ho scritto?

Mica tanto!

Come faccio a sentirmi sollevata dopo aver pensato a tutte le situazioni nelle quali mi sento meno a mio agio?

Forse posso calmarmi solo pensando che almeno oggi a lavoro non ci devo andare.

Mi sento un po’ meglio in effetti. Speriamo non suoni il telefono.

Nella mia vita c’è qualcosa di nuovo e stranissimo che mi dà una sensazione sconosciuta fino a poco tempo fa e che invece adesso vivo quotidianamente con gradita rilassatezza e immenso stupore.

Nella mia vita è entrato, prepotentemente, il tempo libero.
Spiace dirlo, ma per questo devo ringraziare l’Inghilterra.

God Save The Queen

E’ un’esperienza del tutto nuova per me che per tanti anni ho studiato e lavorato in Italia.

La vita dello studente, quanto a ritmi molto simile a quella del contadino, era un ciclo continuo: c’è da fare un lavoro, si comincia, e si smette quando lo si è finito. Non c’erano i sabati, le domeniche, i mini-break. C’era una mèta, l’esame. E il tempo del riposo dettato solo dagli intervalli tra un compito e un altro.

Stessa cosa per tutto il tempo in cui ho lavorato a Roma, quando il riposo non esisteva perché se non stavo facendo uno dei miei 2-3 lavori deludenti e sottopagati, ero sempre alla ricerca di un altro lavoro, migliore in termini di qualità, soldi, ambiente o gratificazioni. Era come avere un ulteriore lavoro, miserabile pure quello. Non c’era la serata di totale cazzeggio casalingo, la domenica di svacco completo, la vacanza al mare senza computer, perché arrivava sempre il momento di consultare jobrapido, infojobs, tutte le newsletter. Ogni giorno era buono per scrivere una cover letter originale. Anche a Pasqua, anche a mezzanotte, anche nella pausa caffè, anche durante la gitarella.

Il tempo libero veramente libero non c’era mai. Il pensiero ingombrante della ricerca di un lavoro più decente (cioè grazie al quale poter pagare la bolletta dell’acqua senza dover ricorrere allo strozzino, oppure del quale potessi parlare agli altri senza tirare in ballo la locuzione “fallimento supremo”) occupava tutti i miei momenti di riposo.

Oppression  Just Ahead

E poi sono arrivata in Inghilterra.

Il mio primo lavoro – cameriera – era part-time, così l’altra metà della giornata lavorativa la passavo a cercare qualcosa di meglio, mentre tutto il resto del tempo giravo per la mia nuova città. Potevo permetterlo grazie a uno stipendio decente e a un costo della vita proporzionato.

Avevo intere giornate a disposizione, fatte di tempo vuoto da riempire come volevo. Iniziavo a sperimentare il tempo libero.

Poi il lavoro migliore è arrivato e, cosa che non mi era mai capitata prima, a un certo punto ho smesso di cercare lavoro. Anche solo scriverla questa cosa mi pare assurda. Non credevo che sarebbe mai arrivato il giorno in cui mi sarei detta: “Oh, il lavoro di adesso va bene, non cercarne un altro“.

Dai, oh, ha del miracoloso una frase del genere, no?

E sono cominciate tutte delle ore di relax vero, senza lo spettro del pensiero malevolo in attesa del momento buono per colpire. Sono cominciati interi weekend di esplorazioni, di letture più o meno frivole, di incontri, di navigazione on-line di puro intrattenimento, di yoga, di giri in bicicletta, di corsi di serigrafia, di art and crafts casalinghi, di pediluvi col bicarbonato.

workshop di serigrafia

Workshop di serigrafia

Certo, la mèta per me più ambita – la pensione – è ancora lontana, probabilmente impossibile, però mi sono già riappropriata di una grande parte della mia vita, che cercherò di sfruttare al meglio. Se a Manchester ci fosse il mare sarebbe già tutta un’altra cosa, ma non c’è e allora dovrò lavorare di fantasia. Però sì, la possibilità di rilassarsi per davvero dopo lavoro è già un’importante conquista.

P.S.
Oh, mo non è che pensate che sò contenta o soddisfatta, eh?! Non scherziamo. Mi lamenterò sempre, non riuscirò ad accontentarmi, romperò le scatole a tutti, bramerò la pensione come l’unico desiderio e quando sarò in pensione sarò incazzata perché vorrò tornare giovane.
Alla fine sono sempre io, solo con più tempo a disposizione.

Presente quella serenità quasi serafica che descrivevo pochi giorni fa? Quell’imperturbabilità nella quale mi ritraevo, come se mi trovassi nel paradiso terrestre a saltellare tra i praticelli? Quella saggia atarassia di chi non si fa toccare dalle ansie terrene perché è in pace?

Finita.

Ho ricominciato a cercare lavoro la settimana scorsa. Sono una furia. Oltretutto lotto per due cose: da una parte per cercare lavoro, dall’altra per non smettere di vivere nel mentre. Insomma, devo combattere la sindrome da cercatrice compulsiva di lavoro.

La mattina mi sveglio. Cerco di non accendere il pc immediatamente. Resisto circa 10 minuti dopodiché scarico la posta arrivata nella notte e leggo le decine di job alert a cui mi sono iscritta. Cancello subito quelli di pura pubblicità poi inizio a scandagliare attentamente tutti i lavori papabili. E vado giù di application. Poi comincio le ricerche sui siti e leggo tutti gli annunci pubblicati nelle ultime 24 ore e relativi alla mia città.

Quando alzo lo sguardo è già ora di pranzo. Non sento i morsi della fame, sento solo un certo dolorino tra schiena e collo, e mi rendo improvvisamente conto di aver passato tutta la mattina nella posizione del gobbo di notre dame.

Porto il computer in cucina mentre mi preparo un sandwich (o samages, come dicono qua) e intanto continuo lo scandaglio della rete. E vado avanti così: un morso, un click, un’application, un altro morso, una cover letter, un sorso d’acqua. Finito di mangiare metto su il caffé (warning: ancora nessuna tazzina in questa casa inglese!) e inizio a compilare l’ennesimo form per quelle società che non accettano il curriculum in formato normale. Ci aggiungo la solita cover letter dove mi dipingo come la sublimazione del dipendente modello: stakanovista, inventrice di nuovi metodi di lavoro, mega-super-multi-tasking, del tutto priva di vita sociale, per niente interessata al vil denaro.

Quando rialzo lo sguardo sono le 6. E’ passata pure l’ora del té, il dolore tra capo e collo è raddoppiato e il mio aspetto è passato da gobbo di notre dame a cammello.

E’ una faticaccia.

L’ho fatto tutta la scorsa settimana, ma adesso ho capito che non posso andare avanti così. Ho deciso di non farmi risucchiare dal tunnel. Oggi è lunedi e da questa settimana mi sono data delle regole:

  1. ogni giorno si cerca lavoro per massimo mezza giornata;
  2. il pranzo si conta come pausa e non si passa davanti al pc;
  3. il cv non si spamma, ma si manda solo per dei lavori almeno vagamente interessanti;
  4. l’altra mezza giornata si dedica solo alla vita e agli interessi personali.

Ah, come sono soddisfatta di me. Mi piacciono le mie regole, le condivido tutte.

Però comincio domani eh?!

Take it easy

30 settembre 2011

Era tanto che non mi sentivo così. Rilassata.

Per la prima volta dopo anni ho deciso di accantonare il pensiero opprimente del lavoro. Beh, non posso andare avanti così per molto, visto che i miei precarissimi lavori passati non mi hanno certo permesso di mettere da parte dei denari. Tra qualche giorno riprenderò la ricerca, ma per ora sono due mesi che sto così, senza lavorare e senza cercare lavoro. Uno stato di grazia. Sono libera da quel circolo vizioso per il quale se il lavoro ce l’hai sei nel panico perché non sai come andare avanti e se non ce l’hai sei nel panico perché sai che stai per perderlo. Come dice Pino Marino “non ho lavoro, quindi non ho paura di perdere il lavoro”.

Ho passato 5 anni a fare lavori abbastanza scemi (ma che richiedevano la laurea, ovvio!), con contratti precari o al massimo part-time, che non mi hanno lasciato niente se non l’angoscia della mia labilità e l’impossibilità di pensare a qualcosa che succeda dopo oggi pomeriggio.

Vivere per due mesi senza pormi il problema del lavoro mi ha rimesso al mondo. Ecco, non è il non lavorare che mi fa stare bene, ma è proprio il non dovermi ostinare a mandare mille curriculum al giorno e scrivere più o meno sentite lettere di presentazione che non avranno mai una risposta, il non passare la totalità del mio tempo libero a scovare annunci on-line, il poter leggere tutto il giornale e non solo i trafiletti sui lavori.

Negli ultimi due mesi sono stata al mare, sdraiata sulla sabbia o a guardare i miei piedi nell’acqua. Poi ho impacchettato alcuni vestiti invernali e un ombrello, ho preso un aereo e ho inziato a girare per una città che non avevo mai visto prima. Scopro una nuova casa, guardo un panorama diverso dalla finestra, trovo la frequenza della mia nuova radio preferita poi esco a passeggio, infilandomi nelle strade non ancora esplorate, leggo la cronaca locale, cerco la fermata del bus più vicina a casa mia, preparo la cena, prendo appunti delle mie riflessioni su un quadernino nero. La mattina mi sveglio serena.

Tra pochi giorni riprenderò la ricerca di un lavoro e sicuramente qualche pensiero amaro mi tornerà. Ma credo che sentirò ancora per un po’ i benefici del relax accumulato in questi due mesi. Almeno lo spero. Se così non sarà avrò comunque guadagnato due mesi impagabili.