Avevo paura. Tantissima.
Credo, in questi anni, di aver perso un po’ di quella leggerezza con la quale usavo buttarmi a capofitto nelle situazioni più complicate sperando solo di finirle il prima possibile. Adesso l’impazienza per la fine di tutto quello che non mi piace resta invariata, solo che si accompagna a una sensazione di inadeguatezza, alla paura del fallimento, e non più all’approccio “come va, va, basta che finisca presto” che avevo una volta.

É stato così anche il colloquio di lavoro. Due giorni prima ho saputo data e luogo. E ho aspettato col terrore negli occhi e nella pancia. Non ero così, prima. Soprattutto sapendo di essere nella posizione di potere di chi può rifiutare condizioni di lavoro non adeguate, o compiti non graditi. Sono nella posizione di chi può scegliere se fare o no un lavoro, non ho niente da perdere eppure ho paura.

Vado al colloquio e mi faccio accompagnare da S., manco avessi 11 anni e mi trovassi di fronte al dentista. Mi faccio tenere la mano e dire “coraggio“. Entro con l’ansia e per reazione tiro fuori il mio miglior sorriso.

Poi passo le successive due ore (due!) a guardare da fuori una me stessa che finge sicurezza e che parla da pari a pari con l’intervistatore, seguendo alla lettera – e pure un po’ troppo – l’approccio suggerito dall’amica pseudo-americana: “fagli capire che se vai a lavorare da loro sei tu che gli stai facendo un favore“.

E vado avanti così, mettendo in discussione quello che mi dicono, controbattendo a tutto e – arma letale – tirando fuori l’agenda con le mie domande. Ché se siamo veramente alla pari, miei cari, allora le domande le faccio anche io.
Se non altro – penso – avrò una serie di idee per un bel post nel blog“, e vado avanti a chiedere.

Finisco le domande e dico che per me è tutto e possiamo aggiornare la seduta. Mi congedo, strette di mano varie e esco.
E lì torno quella che ero prima di entrare: il terrore mi assale di nuovo. Per fortuna è venerdì, sono le quattro e io sto in Inghilterra, dove un pub non è mai a più di cinque minuti a piedi. Penso di chiamare gli amici, S., i miei e tutti quelli che nei due giorni precedenti si sono visti rovesciare addosso le mie ansie. Per dire che almeno è fatta. É tutto finito e adesso vado a prendere una pinta.

E invece sono a due minuti dal pub quando mi richiamano e dicono “beh, saremmo contenti di assumerti, se questo lavoro ti interessa“.

AH!
Quante cose mi fanno ridere in questa frase! Faccio un elenco?

  • se questo lavoro ti interessa”  vuol dire che avete davvero creduto alla cosa per cui eravamo alla pari e io potrei anche guardarvi con l’aria di sufficienza e dirvi “mah, non so, devo pensarci”?
  • ora chiamo tutti e invece di dire “almeno è fatta” dico “è fatta e mi hanno già preso!
  • non dovrò fare altri colloqui, con la relativa ansia da prestazione dei giorni precedenti
  • è venerdì, e allora questa birretta-sciogli-tensione-post-colloquio la trasformo in serie-di-birrette-celebrative

Yeah. Vado al pub e inizio la serata. Sono le quattro, ma qua vuol dire solo una cosa: il weekend è iniziato e tutto è lecito. Scelgo anche la colonna sonora dei miei festeggiamenti.

Pint at Deaf Institute - Manchester

Festeggio: niente più giornate passate a scorrere annunci di lavoro, niente più risposte negative, niente più attese trepidanti davanti al telefono.

Mi hanno detto che ho una settimana libera tra il colloquio e l’inizio del lavoro. Penso che passerò una settimana da Dio, uscirò tutte le sere, sperpererò dei soldi, sarò la regina delle folli notti mancuinane.

Ma questo pensiero dura solo un minuto, subito soppiantato dall’ansia da prestazione livello due.
Ho paura di non essere all’altezza. Di avere esagerato quando gli ho fatto credere che ero fichissima e piena di fiducia nelle mie capacità. Temo che andrà tutto male, che non capirò cosa mi dicono i colleghi, non saprò essere abbastanza simpatica nei momenti extra-lavorativi, non sarò in grado di fare quello per cui ho detto “sono preparatissima, ho le lauree, i diplomi, la passione“. E se vado lì e faccio una figuraccia dietro l’altra?

La mia settimana da Dio è diventata la settimana della passione di Cristo, della disperazione, dell’attesa sfiancante, della temuta inadeguatezza. Faticosissima.

Adesso, per fortuna, sta per finire. Domani inizio il nuovo lavoro.

Cercavo un un lavoro e ho trovato un lavoro…

Ansia da prestazione

22 dicembre 2011

Domani mi alzo comodamente alle 4.30, prendo un taxi, un aereo, una macchina, una metro, un pullman, un’altra macchina, e intorno alle 17.30 arrivo a casa. Casa vera.

E non vedo l’ora, ma c’ho paura. Perché qua la mia vita da emigrante va bene: la città mi piace, ho conosciuto della gente simpatica, vivo per la prima volta nella mia vita da adulta in una casa decente, il clima non fa schifo come pensavo, ho trovato un lavoro, S. per il momento mi sopporta. Insomma, tranguilllo. Però tranguillo non è abbastanza per la famigghia. Ché se dici solo che stai bene temono che stai male.

Allora devi esagerà.

Allora devi dire che la città è una specie di piccola New York, che c’hai un giro di amici che comprende i Take That, che hai una casa da paura, che c’è sempre il sole e giri a maniche corte, che ti hanno assunto come manager di una grande catena di ristoranti di proprietà di una celebrity (magari uno dei tuoi amici Take That), che S. tutti i giorni ti compra le rose rosse e ti chiama amore mio.

Insomma gli devi descrivere la vita di Balotelli ché sennò pensano che stai male. C’ho l’ansia.

Però sò pure contenta di tornà. Di mangià il panettone dopo avergli fatto l’autopsia, guardare il vero Willy Wonka mentre mamma cucina cucina cucina, sbragarmi sulla poltrona davanti al camino coi piedi che quasi toccano le fiamme, criticare acidamente il megapresepe di 20 metri quadri del salotto.

E, dopo aver risposto con le dovute esagerazioni alle domande di tutti i parenti, passare gli altri giorni a fa’ la scema co’ mia sorella, giocare coi cani, sonnecchiare sul divano, litigare con gli altri per il telecomando e mandare mio padre a vedere la partita nel suo studio mentre io guardo un film scemo nella tv più grande del mondo, lamentarmi del freddo, spettegolare su tutto il paese. Così, normale.

E buon Natale.