Alienazione

26 febbraio 2014

Now what's Italian for pizza?Più di due anni fa ho comprato un biglietto sola andata per Manchester.

Quell’allontanamento fisico dalla terra madre è stato solo l’inizio di una serie di altri tipi di allontanamento, nuove abitudini da acquisire e con le quali iniziare a convivere. Un nuovo clima a cui abituarmi, nuovi modi di vivere la città, la ricerca di nuovi amici.
E poi uscire la sera ad orari insoliti, rientrare molto prima di quanto facessi in Italia, sperimentare nuove dinamiche nella vita di ufficio, essere circondata da palazzi di vetro nuovissimi. Abituarmi a un nuovo tipo di assistenza sanitaria tutta statistiche ed efficienza e niente rapporto umano.

E poi iscrivermi all’AIRE, trovarmi ad essere ufficialmente un’italiana espatriata, una con ancora tutti i diritti ma non completamente uguale ai più.

Ogni passo nella nuova quotidianità mi allontana un po’ dalla mia precedente vita da italiana, il ché mi fa paura, ma affrontare tutte queste nuove situazioni mi viene abbastanza naturale nella vita di tutti i giorni. Ci si abitua a tutto, mi dico. Normalmente svolgo una serie di piccole azioni che, se considerate singolarmente, mi sembrano del tutto normali. E’ solo quando, nei pomeriggi grigi di noia casalinga, rimetto assieme tutti questi piccoli pezzi, che mi rendo conto di quanto qua sia tutto diverso, di quanto io sia diversa. Ma sono momenti rari. Per il resto, ripeto, tutto sotto controllo.

E’ vero, guardo il panorama da palazzi nuovissimi e non del ‘500; quando cammino sotto una pioggerella leggera penso che il tempo sia abbastanza buono; esco dal lavoro mezz’ora più tardi con lo scazzo cosmico anziché con la rassegnazione di quando vivevo a Roma, ma alla fine sono sempre io: un’italiana a Manchester. Un’italiana. Lontana da casa, con una vita diversa, ma un’identità ancora ben definita.

E’ solo uno l’aspetto della mia vita da espatriata che mi fa provare l’odiosa alienazione ed è lo strano rapporto che ho con la lingua inglese.

L’alienazione mi assale quando scrivo sul mio blog e penso in inglese, per poi tradurre in italiano, quello che voglio dire. Quando la parola perfetta ce l’ho nella lingua altra e non ricordo come si dica nella mia lingua madre, quando apro wordreference non per cercare la traduzione di una parola inglese che non conosco, ma per ritrovarne la versione italiana che nell’immediato non mi sovviene. Allora mi arrabbio con me stessa, rimprovero la mia testa scema che si fa sedurre da una lingua innaturale e che rincorre le novità come un adolescente in cerca di emancipazione dall’infanzia.

E poi, dopo il biasimo, mi rattristo. Penso che perdere alcuni pezzi della mia lingua sia orribile, sia un segnale evidente di una perdita, seppur parziale, della parte più profonda di me.

Quando racconto la mia giornata a S., ovviamente in italiano, scopro che ci sono alcune cose del mio lavoro che non so come si dicano se non in inglese. Allora creo delle frasi che se ascoltassi da fuori mi farebbero odiare chi sta parlando, mi farebbero pensare di avere davanti uno scemo, o un invasato di inglesismi tipo un recruiter di Milano, o almeno uno non del tutto capace di parlare l’italiano (sì, ho appena cercato fluent su wordreference), tipo quei connazionali di confine che si trovano evidentemente più a loro agio in tedesco (e che detesto).

Oppure mi trovo in patria e costruisco alcune frasi nel modo sbagliato perché almeno alcune parti di esse le ho pensate in inglese e tradotte prima di pronunciarle; oppure mi rivolgo ad una persona che mi hanno appena presentato con un “Ciao, come stai?” che suona, giustamente, del tutto fuori luogo, ridicolo.

E allora l’alienazione mi pervade e poi, tanto per farle compagnia, arriva anche la nostalgia. Si prendono a braccetto e si insediano nella mia testa prendendo la forma della domanda più bastarda: ma se io non parlo inglese come un inglese e non parlo più italiano come un italiano, chi sono?

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21 Risposte to “Alienazione”

  1. annaemme said

    Mi succese esattamente la stessa cosa con lo spagnolo. E’ decisamente frustrante e alienante, sì.

  2. annaemme said

    (Stavo scrivendo “mi passa la stessa cosa”, per dire :/ )

  3. A me succede una cosa molto affascinante: se sto parlando in italiano e dico una parola inglese (legittima, tipo il nome di un attore), poi la frase mi prosegue in inglese. Tipo la parola inglese e’ l’interruttore che dice al mio cervello ENGLISH! e io seguo subito gli ordini.

  4. Mi ritrovo molto in questo post, mi sono posta la stessa domanda alcuni anni fa (io ormai sono ad Amburgo da otto). Mi capita quotidianamente che mi venga in mente prima il termine tedesco di quello italiano o di dire grazie a qualcuno in tedesco quando sono in Italia. Però ho capito che il fatto che venga più naturale alla mente e alla lingua ricorrere all’idioma che si usa più spesso nella quotidianità, non vuole dire nè dimenticarsi la propria lingua, nè perdere un pezzo di identità. Ora che lo so, sono più serena.
    Vedrai che sei sempre tu, è solo assestamento.

  5. Se ti va leggi il mio ultimo post… forse avrai voglia di assestarti là dove sei… ❤

  6. Io invece vi invidio…sono talmente negata con le lingue che questa cosa non mi succederà mai! penso, scrivo sogno in Italiano (e lo insegno pure!), l’inglese ora e il tedesco prima, sono sempre e comunque uno sforzo e lo saranno per sempre 😦

  7. Olchansky said

    “Uno, nessuno e centomila”.
    Ma è vero che Manchester è così brutta ?

  8. mi ci ritrovo perché sta cominciando a succedere anche a me, dopo 6 mesi che sono a Vancouver.
    ad esempio, l’altro giorno mi è scappato di dire “è un gioco vecchio che non fa ridere” a una battuta (riferendomi a joke, e ho realizzato solo dopo!).
    sarà anche perché parliamo inglese anche a casa tra noi di solito, altrimenti dopo capita che ci si blocchi a parlare inglese fuori se si è parlato in italiano per tutto il weekend.
    anche a forza di scrivere in inglese per lavoro, adesso quando scrivo per me sul mio blog tante cose mi vengono meglio in inglese.
    è l’abitudine… btw, take it easy!

  9. Mariarosaria said

    Mi succedeva con lo spagnolo, dopo quasi un anno a Siviglia (città meravigliosa)… e spero tanto che mi succeda anche con l’inglese!! Credo sia normale… se può consolarti.
    PS. Mi trasferisco a Manchester il 9 aprile… “one way ticket”! Sono curiosissima, soprattutto dopo aver letto tutti i tuoi post!! 🙂

  10. Cristiano said

    ma davvero “Ciao, come stai?” al momento di presentarsi in Italiano è cacofonico? Io lo dico sempre…

    Comunque questo processo di cambiamento del modo di parlare succede appena si esce dalle porte della propria città.
    Ho vissuto in diversi posti ed incontrato gente di tante città diverse (anche in Italia intendo) ed alla fine tutti mescolavamo i nostri “linguaggi”.

    Io penso che sia un processo naturale, nel momento in cui ci si relaziona con tanta gente che non parla la tua lingua, o che -ad esempio – non sa cosa significhi “camurría” 🙂

  11. Cappuccino e Baguette said

    Condivido molto di questo post e di queste sensazioni, compresi i mix improbabili (nel mio caso di francese e italiano). Credo sia il nostro cervello che ogni tanto semplicemente “nun gliela fa” e allora mixa tutto. Anche i bambini che stanno apprendendo 2 lingue fanno così, per le parole che non gli vengono in una lingua, usano l’altra. E’ normale, non ti stai perdendo nulla. 😉

    Personalmente io sto perdendo moltissimo l’inglese (ho una pronuncia orrenda, degna di un francese ormai) e casomai questo davvero non lo sopporto!

  12. Stefano said

    Post molto vero e simpatico, congraz! 😀

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