Una vita

13 gennaio 2014

Scendo dall’aereo come facevo a Roma dalla metropolitana. Routine.
So a memoria tutta la strada fin oltre il controllo passaporti, anche la scorciatoia. Non leggo i cartelli, sorpasso tutti, non ho bagaglio da ritirare, esco dagli arrivi e mentre gli altri si abbracciano io corro alle scale mobili. In cinque minuti sono alla stazione, in 25 sotto casa.

S. mi aspetta all’arrivo del treno, mi accoglie con un bacio bello e una mano forte a prova di valigia. Nella cassetta della posta mi aspettano alcune riviste. Salgo su e scopro che le mie piante hanno vinto il gelo e la disidratazione. Di più: mi stavano aspettando pure loro per regalarmi un paio di boccioli pronti a fiorire fuori stagione.

Come accoglienza niente male. Specialmente dopo queste vacanze di Natale un po’ difficili.

Il giorno dopo inizio l’anno lavorativo con una lunga pausa caffè al bar sotto l’ufficio. Due chiacchiere con la capa per ricordarci che nell’aria c’è un’amicizia e non solo un vacuo rapporto di lavoro.
Nel bar entra per caso un amico. Un sorriso, un “che bello vederti” e scambi di racconti delle ultime avventure.

Al mercato la signora vede da lontano me e S. e allarga le braccia con aria dispiaciuta. Si avvicina e parla per prima: “Mi spiace, le pie che prendete voi sono finite. La scorsa settimana le avevo messe da parte, ma non siete venuti e questa volta non sapevo che fare”. Ed è un pensiero così gentile che delle pie non mi importa più.
C’è una sorridente signora inglese che si aspetta di vedermi tutti i sabati. Che guarda in lontananza tra la folla aspettando di veder spuntare me, una figura col cappuccio e lo sciarpone che ignora le altre centinaia di prodotti in vendita nella sua bancarella più grande di tutte.

Nel pomeriggio cucino qualcosa da portare a una cena tra amici. Impasto, inforno, incarto. Ci accoglie un’atmosfera rilassata, di persone che conosciamo da molto tempo ormai. Apri il loro frigo e impili le birre, i bicchieri te li prendi da solo.

Tutto questo è strano o no?

Sembra una vita comune. Ne scrivo per raccontarmela come se non la sapessi, per scoprire quanto tutta l’alienità che ci vedo di solito alla fine dei conti non sembri poi così effettiva. E’ una vita normale di incontri, lavoro e abbonamenti ai giornali.

Stranamente avviene a Manchester. Ma è una vita normale.

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17 Risposte to “Una vita”

  1. dorotea said

    No ma sai, chi non è espatriato fa fatica a capire quanto possa essere difficile costituirsi una vita “normale”, sociale e affettiva in un contesto dove ci si è trasferiti magari per questioni di lavoro.
    Per quel che mi riguarda, sono ancora impegnata contro l’anaffettività che avverto a Den Haag. E sorrido perché so che presto anche qui suonerà come le tue parole.

  2. Bene. No? Quando si arriva a quel punto, è bello. Per me lo è stato. Quando è normale, vivere dove vivi, quando smetti di agitarti, e ti senti a tuo agio. È bellissimo. Quando a me è successo, a Vienna, sono poi partita subito… Ma non a causa di come mi sentivo. Anzi, sentirmi così “a casa” a Vienna ha reso la partenza quasi difficile, nonostante la bellezza matta del piano che avevo. Sono contenta per te, suoni soddisfatta 🙂

  3. @dorotea @NataliaPì ora il problema è che tutta questa normalità l’ho capita ma non posso accettarla. E’ male che io trovi normale questo posto perché questa non è casa mia e non voglio che lo sia. Vivere qua ora è più facile che prima, ma non basta. Voglio la normalità in Italia. Uff. E a voi auguro di trovare la vostra giusta normalità.

    • Come ti ho detto su Tuìta, secondo me il sentirsi a casa in UN posto non esclude il sentirsi a casa nell’altro. Io mi sento a casa ovunque e da nessuna parte. Come ti ho detto, dentro di me ho pezzettini di Milano, Istanbul e Vienna… E poi in tutte e tre le città ho cose che mi fanno sentire come un pesce fuor d’acqua. Ma il sentirsi bene a Manchester non esclude il sentirsi bene anche a casa tua in Italia. Apri le braccia e accogli entrambe le condizioni… Sei fortunata! Hai spazio per tutte e due, se lo vuoi 🙂

  4. baby1979 said

    Non fare resistenza alla normalita’!! Io per un po’ mi sentivo in colpa quando mi capitava di sentirmi bene qui, come se stessi tradendo la mia vita italiana! Non so, sara’ che io ormai me la sono messa via di non tornare piu’ in patria e quindi aspiro alla normalita’ qui!

  5. misstuffo said

    quando riesci a costruire la tua nuova “routine” e a riconoscerla, significa che sei la persona giusta, nel posto giusto… e non c’è niente di più bello!

  6. Oh questo post mi fa quasi piangere, mi ricorda la mia vita a Berlino fatta di tanta, tantissima, normalità, dove tutto sembra semplice e appunto quotidiano e mi manca. Io penso che raggiungere questo stato d’animo all’estero sia un grandissimo traguardo. A tornare indietro fai sempre in tempo e a ritrovarla quella quotidianità in Italia, se proprio la desideri, ci metterai un attimo invece a Manchester te la sei conquistata ed è quello che la rende più speciale 🙂

    • questo è un punto di vista che mi piace! ok, lo abbraccio. grazie!

    • Che poi, spesso, penso che se tornassi a vivere in Italia davvero, dovendo trovarmi un lavoro e una casa e tutto il resto, rimpiangerei la mia vita all’estero. Per il semplice fatto che, generalmente, i posti fuori per me sono stati “materialmente” più semplici, una volta che avevo trovato lavoro e un introito. Non mi pesa sentirmi straniera… Anzi, ormai mi ci sono abituata e lo trovo buffo.

  7. […] nascosti sotto il velo di quotidianità dei miei giorni a Manchester, di una vita che sì, è normale, ma ne nasconde una eccezionale alla quale appartengo molto di […]

  8. squa said

    Mi piglia una nostalgia nel leggerti. …è quello chr provavo nell’espatrio precedente. In questo ancora si arranca e non faccio altro che pensare a quella adorata normalità perduta…
    bentrovata 🙂

  9. Christian said

    La cosa che piu’ mi fa sorridere per il senso di normalita’ e quotidianita’ a Manchester e’ un messaggio di “welcome home” da qualcuno quando riaccendo il cellulare dopo il volo 🙂

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