Another place

17 dicembre 2013

L’opera rappresenta una poetica risposta ai sentimenti personali e universali associati
all’emigrazione: tristezza per la partenza, ma anche speranza per un futuro in un altro posto.
Another Place.

(clicca per aprire la galleria)

E’ assurdo che io abbia scoperto solo dopo due anni di vita inglese che a 50 chilometri da Manchester c’è un’installazione che parla di me.
Ci sono stata qualche giorno fa ed è stato come trovarmi di fronte a 100 me. Tutti a guardare il mare, tutti immobilizzati dalla paura e dallo smarrimento dell’emigrazione. Ma anche tutti saldi, implacabili, durissimi.

Pure il clima era perfetto: cielo grigio e basso sopra a un mare stranamente quieto e un vento impetuoso a impedirmi di camminare, a lasciarmi impietrita a guardare l’orizzonte e fare i pensieri dell’emigrato.

Ho pensato a quando sono partita, alla paura di non avere un posto dove stare, di dover cercare un lavoro, di adattarmi a parlare quotidianamente in una lingua innaturale. Ma anche allo stupore col quale ho guardato Manchester per mesi: le casette coi mattoni rossi, i binari in mezzo alle piazze, i supermercati coi tramezzini nelle scatole, i soldi con la regina.
Ho ricordato il mio primo lavoro, il secondo e anche gli altri. E alcune persone di cui rivedo la faccia ma non so più il nome, poi le scale blu della mia prima casa, le mie quattro biciclette e i relativi furti.

E poi il concerto dei Maximo Park, la vista dal 24esimo piano, il trasloco, il lavandino rotto, alcuni nuovi amici e alcune nuove abitudini. I giorni di pioggia opprimente e quelli di sole inaspettato. E il giorno in cui l’Italia mia ha scritto che adesso risiedo in UK, ufficiale.
Più un’infinità di altre cose che ho fatto, visto, immaginato, scoperto, imparato nei due anni di questa “nuova vita a Manchester”.

E mi sono trovata sepolta da così tanti ricordi e turbata dal pensiero che così tanti ricordi tutti insieme fanno la vita, mentre non ero pronta a capire che questa di Manchester è la mia vita. Una vita semmai, se proprio si deve, ma non la vita.

A fine giornata, tornando verso Manchester, ho scorto con lo sguardo il palazzo dove abito e senza controllo ho pensato “casa”.
Brivido.
Mi sono chiesta quando succeda che “Another place” diventa “The place”, il posto, quello che è l’unico che puoi chiamare casa intendendo davvero casa. Mi sono chiesta se il palazzo dove abito adesso sia oramai casa. Ho temuto la risposta.

E poi mi sono urlata “ma come ce pensi?”.

Ho salito le scale di moquette, ho aperto quella porta bianca col numero sopra e sono corsa al computer a stampare il boarding pass del mio prossimo volo, quello che mi porterà in un posto dove certe domande deficienti non me le pongo mai. Quel posto che chiamo casa perché è casa, ma potrei chiamarlo pure x)m”£)? e sarebbe comunque casa, ché certe cose sono così ovvie e naturali che non hanno manco bisogno di un’etichetta.

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21 Risposte to “Another place”

  1. baby1979 said

    Io chiamo “casa” solo l”italia per ora, anche se columbus e’ di fatto l’unico posto dove io abbia effettivamente una casa…la statua e’ bellissima cosi’ come le tue parole, cosi’ vere!

  2. ma che installazione stupenda! Per me casa è solo la mia casa di Berlino, quella in Italia la sento come un luogo che fa parte di me, ma non mi sento “a casa” quando ci torno, mi sento “ospite” che però è una sensazione non così male dopotutto 🙂

  3. manoel said

    ci sono stato, in quella spiaggia.

    e’ un posto meraviglioso.

  4. Dopo otto anni di vita all’estero – e dopo essermi sentita in bilico tra due vite a lungo – posso dirti che ho finalmente capito che di casa non ce n’è per forza una sola. E sentirsi a casa indifferentemente in due posti diversi è bellissimo. Certo, mi rendo conto che ogni esperienza è diversa e io mi sono trasferita ad Amburgo, città che amo profondamente, perché lo volevo, ma ti assicuro che una vita – e una casa – non esclude l’altra.

  5. Grazie per aver condiviso questi pensieri. Bellissimo post!

  6. Casa per me e’ il posto che mi accoglie. In Italia è rimasta la casa fisica, in cui sono cresciuto e dove ci sono i miei genitori. Ma la casa intesa in senso più ampio, quella non è più lì. È in un altrove non meglio definito, che oggi è la Polonia, ma domani chissà. Sì, quelle statue raccontano molto di noi…

  7. Sara said

    Io ho chiamato casa diversi posti, sarà che i miei genitori sono stati a loro volta migranti,ma per me non é un confine politico a definire l’appartenenza a un posto. Io mi sento a casa a Milano, a Tirana, a Oxford. Diciamo pure che sono una migrante deep inside. Good luck with your adjustment to your new life!

  8. Cara Smilla…bellissima installazione, mi sa che l’ avevo vista in un documentario tipo “alle falde del Kilimangiaro”… dal vero, ca va sans dire, è tutta un’altra cosa probabilmente! Casa. A me la vita ha insegnato a restringere sempre più il concetto di casa: prima era una nazione ,poi una città, una casa, una stanza, la famiglia, ecc … Ora casa è praticamente solo dentro di me e 4 cose in croce che mi stanno in un trolley .Non è stato facile ma è questione di allenamento, di imparare a riempire quei vuoti attraverso le proprie risorse interiori. Sono stata spiegata? Mi sa di no, eh?!

  9. Aldo said

    Sei sempre bravissima con le parole, sono il tuo strumento per trasmettere. Starbucks, skype, mio nipote “zio quando vieni a casa mia?”, il tuo post.

  10. Enzo said

    Ti ho già scritto via mail i miei pensieri su questo post. Ora dopo le mie prime due settimane tra Londra e Bristol, confermo le parole che mi ha detto una mia amica siciliana prima che io lasciassi Venezia per venire in UK: “Vince’, finora qui ti hanno sempre etichettato come napoletano, adesso diventerai finalmente italiano!”. Concetto confermato subito alla prima sera che sono andato a ballare salsa, alla seconda donna invitata che mi chiede “Are you Italian?”…e garantisco che tranne i capelli neri di italiano stereotipato ho ben poco.
    Tutto questo delirio per dirti che casa per me non esiste, ne ho cambiate 2 in Campania e 5-6 in Veneto, o nessun posto o tutti i posti sono casa 🙂

  11. ti capisco, eccome! anche io chiamo casa quella in Italia e quella qui in Canada, ma al momento qui mi sembra tutto di passaggio, ci vorrà tempo per stabilizzarsi.
    ti invidio però l’esperienza con il lavoro: l’aver trovato un posto che ti da la possibilità di stare tranquilla, avere ferie pagate e addirittura poter prendersi un mese!
    spero che un giorno troverò anche io un lavoro così (mi studierò bene i prossimi contratti!)
    ciao da Vancouver! 🙂

    • Ciao Sabrina! ti auguro anche io di trovare un lavoro del genere, è davvero come una liberazione. Il mio prossimo obiettivo è di trovare un lavoro come questo ma in Italia… sarà durissima, quasi impossibile, ma mi terrà impegnata per un bel po’, così almeno non mi annoio!
      in bocca al lupo in Canada!

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