L’ultimo sforzo

19 settembre 2013

Tu dì che voi “specialise”.
“Specialise” è la chiave di tutto
S.

Sotto un sole che mi spacca la pelle, mentre ho il naso (at)tappato* da una terra rossa e secca che mi fa anche strizzare gli occhi, una giraffa abbassa verso di me un collo molto più lungo di quanto lo immaginavo. Sono stupita.
Sposto lo sguardo e mi accorgo di tenere per mano una scimmia. Mi guarda con un mezzo sorriso.
Stupita sì, ma completamente a mio agio.

Poi suona la sveglia, cazzo, spalanco gli occhi e la scimmia in realtà è S., scioccato dal suono anche più di me. No, più di me no, visto che la sveglia ha suonato all’alba perché oggi è il giorno della conferenza. L’ho già detto cazzo?

La mia capa è in Russia da una settimana e io ho lavorato da casa. Tradotto vuol dire che questa settimana non ho fatto altro che organizzare il mio viaggio africano. Avevo tre pagine di agenda con tre liste diverse: “da mettere in valigia”, “da portare a mia sorella”, “da portare indietro da Nairobi”.
Ho dovuto aggiungere altre due liste: “da portare per il matrimonio a Napoli” (che si tiene il giorno prima della partenza) e “posti da vedere sulla costa”.
Dove lo trovavo il tempo per lavorare?

Il giorno della conferenza è così arrivato all’improvviso in mezzo a tutta questa Africa, senza darmi la possibilità di prepararmi né di spalmare l’agitazione su un arco temporale più vasto di sei minuti. Ce l’ho tutta sulla pancia oggi, con addosso un business suit da young professional che spacca.
Mentre lo indosso ho un po’ l’espressione del malore, ma poi mi metto i tacchi, la giacca, mi specchio e tutto è subito chiaro: sarò l’unica italiana. Cioè regina incontrastata di stile. Non c’è nemmeno la mia capa francese a farmi concorrenza. Li batto tutti.

Questo pensiero mi dà tutto lo slancio che mi serve: so di poterli fare fuori a chiacchiere e gesticolate, anche se le chiacchiere le farò in una lingua che non mi appartiene e le gesticolate in una lingua che non appartiene a loro. Allora se qualucuno non capirà qualcosa quel qualcuno non sarò io. Ma poi, su, ho studiato 20 anni, cristosanto, a che doveva servire se non a imparare a sviare la conversazione a mio favore? Business meetings in inglese, non vi temo.

Unico cruccio è che per oggi niente sogni di matatu o di capretti macellati freschi freschi davanti al tuo tavolo al ristorante. E soprattutto niente sole. Infatti sono ancora in UK perciò piove e fa un freddo cane. Chiamo un taxi, che lusso da business woman, gente, e mi faccio lasciare nel posto più posh della città, l’Hilton Hotel.

Mi guardo da fuori e vedo questa immagine tipica da film newyorkese: lei scende dalla macchina davanti alla porta dell’hotel extra-lusso, super-elegante ma un po’ maldestra, appesantita da una fichissima borsa gigante e varie altre borse coi materiali pubblicitari dell’azienda. Così seschi e in carriera che non muove nemmeno un passo prima che qualcuno si offra di aiutarla.

E infatti è lì, all’ingresso, mentre uno porta i miei pacchi, che mi tranquillizzo: “Oggi li frego tutti!”.

A quel punto è tutta una giornata di spararsi le pose con clienti che pure se non hanno capito che dicevo non lo saprò mai perché non avrebbero mai osato rovinare il mio perfetto Italian-style per fare una domanda. Cosa mai può chiarire una domanda più di un tacco 12 calzato alla perfezione?

Allora comando io e sparo una marea di frasone altisonanti e total-fuffa che parevo il “generatore di bullshit jobs” (mio nuovo sito preferito di sempre).

Ed è tutto un mischiarsi di business cards, caffei-brodaglia, “noi specialise“, strette di mano, stuzzichini. E io super a mio agio, niente ansia, niente di niente, fino ai drink finali, nei quali mi permetto pure di commentare i vini (tanto quelli che ne sanno?) e continuare nella mia performance da “buisness woman super seschi ma pure estremamente simpatica”.

E insomma alla fine ho fatto bene a non prepararmi no? Sono italiana e quello per le pubbliche relazioni basta e avanza, in qualunque lingua.
Prendo un altro taxi verso casa, chiacchiero amabilmente col tassista, piano piano smetto i panni deficienti della young professional e riprendo a parlare di cose vere, umane, come il nostro essere enrambi emigranti, l’eccitazione del nuovo e la nostalgia del vecchio, la sua fierezza di avere un figlio all’università.

Smetto di curarmi di scemenze lavorative e la forza della natura si manifesta con prepotenza nel migliore dei modi, un arcobaleno intero, vicinissimo, evidente come mai prima. E’ l’augurio per la vera me, é il cielo che si scopre come il mio io più profondo perché quello era il mio ultimo grosso impegno e adesso tra me e la mia Africa non c’è davvero più niente!

arcobaleno su salford

*Ho recentemente scoperto che non esiste la voce del verbo “attappare”. Non ci credevo, ho cercato sul vocabolario.

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13 Risposte to “L’ultimo sforzo”

  1. muzungu said

    Bellissimo post, cara Smila! Ora non ti resta che concentrarti su blog come questo http://nairobinow.wordpress.com/

  2. Wild Soul said

    Compliementi Smila, da quando ho intuito sei Napoletana e noi siamo i migliori con le parole e a gesticolare x)
    Attappare è sicuramante un gergo del dialetto Campano.
    Che bello l’arcobaleno a Mancheter mi ricorda Glasgow :3
    Permettimi una domanda, tu preferisci il caldo e secco Africano o il freddo e piovoso della Gran Bretagna?

    • ENNò! Non mi sei attento però, così non va! Non sono campana per niente! E attappare è mooolto diffuso, soprattutto tra le mura di casa mia, a Ascoli.
      E poi che domande fai? Ma io preferisco ab-bruciarmi piuttosto che vedere una sola goccia di pioggia, ovvio!
      🙂

      • Wild Soul said

        In effetti tutti quelli che ho conosciuto di Ascoli e dintorni sono dei bravi parlatori e mi ricordo un collega in particolare che era davvero un ottima persona.. A quanto pare attappare sembra non essere un gergo campano xd ho pensato che per non esserci nei vocabolari doveva per forza essere un dialetto campano xD ahah
        io sono di esatto contrario parere, preferisco stare bagnato fradicio piuttosto che seccarmi sotto al sole cocente con l’afa che sembra bruciare l’ossigeno nell’aria, però l’africa è meravigliosa e su questo non ci piove… o si?! x)

  3. baby1979 said

    Buon viaggio, adesso davvero non ti separa più niente dalla bramata Africa! Io ci sono andata nel 2007 ed è stato uno dei viaggi più belli che ricordi!

  4. Sei una grande! Buon viaggio! !

  5. arjuna said

    Specialise con La esse é proprio British 🙂 brava smila, e chi dubita che avresti spaccato? 🙂

  6. lepriz said

    Grande! E mò quanto manca ai leoni???

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