Through the looking glass

22 novembre 2012

“ti ricordi il bar di san lorenzo?
quello dove andavi tu, col divano”
 “ah! si, quello steampunk”
“come si chiama?”
“claro’. perchè?”
“così, m’è tornato in mente”

Dialogo via chat tra me e S., oggi

alice through the looking glass

Ho letto questo post oggi. Non mi ha colpito troppo, a parte per la frase: “ma la vita all’estero è la mia vita?”.

E’ stata una grossa botta. Mi sono voltata di lato e ho guardato con altri occhi quella tipa con la faccia perplessa che mi sta sempre affianco, quella che avevo sempre chiamato Nostalgia. All’improvviso ho capito che la nostalgia non c’entra niente con lei. Non è che io passi le giornate a struggermi al ricordo di un raggio di sole che mi scalda la pelle o della cadenza dei passi di babbo quando sale le scale o degli scherzi di mia sorella quando mi fa trovare i mobili della camera spostati al mio rientro. Non sono una nostalgica, io. Non sono abbastanza romantica per la nostalgia.

Ho guardato bene quella con la faccia perplessa che mi sta affianco e ho capito che lei è l’altra me, quella della mia vita italiana, quella che c’è proprio sempre, sta da una parte cercando di non disturbare però si interroga e non capisce e si sente, ovviamente, fuori luogo. “Ma la vita all’estero è la mia vita?” è la domanda definitiva (the ultimate question, direbbe la mia me inglese).

Lei sta qua, affianco a me, discreta. Latente direi. Poi ogni tanto, all’improvviso, subentra. E’ lei che parla quando sto affacciata alla finestra e dal niente mi dico “Ma che cazzo ci faccio io qua?”. O quando sto sul bus, con le buste della spesa ai miei piedi, e mi chiedo, sbalordita, “Ma dove sto andando?”. O quando ascolto un concerto nel locale che preferisco da appena 3 mesi e mi faccio “E quando andavo ai concerti all’Angelo Mai? E come si chiamava quell’altro del Pigneto?”. Sono i miei piccoli momenti di totale lucidità, quando smetto di correre e fare e dire come un automa in lotta col presente e inizio a pensare.

Spuntano così, apparentemente dal nulla, delle domande, dei ricordi, delle sensazioni che non fanno parte della mia me di qui, e che tornano a pezzi, ma che la mia compagna perplessa mi propone con decisione. Quando meno me lo aspetto penso all’abitudine di fare l’aperitivo lunghissimo allo Yeti, alla normalità di andare alla birretta prima di risalire a casa, al cinema di quella via che non ricordo più come si chiama, a quando andavo dalla mia amica con pigiama e cappotto, al comprare il giornale in quell’edicola all’angolo di quella piazza che sbagliavo sempre a girare, ai pomeriggi dei viaggi coast to coast col mio bolide, quando suonavo il citofono e dicevo “sò io”.

E tutti questi ricordi si abbinano inevitabilmente a una sensazione di imbarazzo. Come posso non ricordare il nome di un posto dove mi sono innamorata? Il colore della coperta finta scozzese sul retro della mia macchina? Il rumore della chiave nella toppa della mia porta?

Quella me mi guarda stupita e la sua perplessità me la sento tutta addosso quando i ricordi della mia quotidianità passata (che solo un anno fa erano il presente) mi tornano in frammenti e mi sembrano così remoti.

Nella mia vita di qua mi vesto, prendo il caffè, lavoro, esco con qualche amico, compro i biglietti di un concerto, organizzo delle gite, telefono. E’ uguale ma molto diverso a quello che facevo prima. Mi sto guardando nello specchio di Alice?

Su una cosa le mie due me concordano, sul sapore grottesco, tragico e comico di tutto questo.

Quella di là e quella di qua sono la stessa persona?

Ma che ci faccio qua?

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15 Risposte to “Through the looking glass”

  1. Biancume said

    e io che pensavo di essere nostalgica invece semplicemente non mi ero mai specchiata 😉 Scherzi a parte mi sento completamente a mio agio nella tua descrizione

  2. Filippo said

    ahahahahah….ormai nn posso fare a meno dei tuoi post!!!!!!!!

  3. Ron said

    …..è chiaro: la Te-Italiana è IN VACANZA FORZATA in UK, le hanno rubato i documenti, e per un po’ non puo’ tornare, perche’ si sa, la burocrazia italiana è terribile e ci vorra’ un po’ per riaverli indietro, e tornare a CASA-CASA…………quindi, nel frattempo, la Te-Italiana, per sopravvivere in quell’isola di Compassati Tamarri, deve adattarsi un po’ alla nuova-provvisoria routine……e allora si arrabatta per sopravvivere alla nuova vita, ai nuovi spazi, alle nuove persone, ai nuovi lavori coi nuovi capi, in un modo che non corrisponde a quello di CASA-CASA, ma non perchè ci sia un altra-Te, ma perche’ c’e’ un altro contesto esterno, con il quale confrontarsi…….e quella Te-Italiana in Uk-sempre Te-ma che non sembri Te, una volta tornata a CASA-CASA, sara’ arricchita da tutto cio’ che ha vissuto nell’isola dei Compassati Tamarri e si guardera’ indietro con orgoglio, piu’ forte e consapevole di quando è rimasta bloccata perchè le avevano rubato i documenti…

  4. dorotea said

    A me è successo lo stesso quando sono arrivata a Milano e dopo quattro anni continua a succedere. Per me Milano non è assolutamete l’estero.
    Forse tutte queste sensazioni hanno poco a che fare con uno Stato, ma molto di più con un luogo in cui si sta bene o male, o – sospetto nell’ultimo periodo – con un luogo in cui si è cresciuti bene o male e al quale ci si è affezionati nel bene e nel male. Perchè – ho il sospetto sempre nell’ultimo periodo – tra le emozioni più forti ci sono quelle di quando si era piccoli, adolescenti quando credevamo che quello che ci circondava era indistruttibile e perciò, senza averne consapevolezza, ci legavano ai luoghi e ai gesti di routine. Non so se mi sono spiegata. Comunque il succo non è che basta il tempo per adattarsi e trovare una nuova dimensione esistenziale personale. Perché per ognuno c’è qualcosa che a priori ne fa parte e difficilmente se ne può ignorare l’assenza.

  5. Cristiano said

    io invece vivo un sentimento opposto. Dopo aver lasciato la Sicilia diversi anni fa, e dopo aver vissuto in 4-5 posti differenti (senza contare altre esperienze temporanee fuori casa), è quando torno che mi chiedo “Ma qui che ci faccio? E soprattutto: mo che faccio?”. La mia vita è altrove… in un luogo che ancora non ho definito: mi sento straniero in Sicilia e straniero (anche per motivi di passaporto) in Spagna.
    Penso sia naturale comunque…
    E’ forse la tua prima esperienza fuori dalla tua città?

    Un consiglio da amico… un anno è nulla. Per sentirti a tuo agio o per abituarti alla nuova realtà hai bisogno di più tempo.

    • mah, forse hai ragione che un anno è poco, magari le mie sensazioni combieranno. per ora mi sento esiliata. in italia ci stavo bene, non fosse che non potevo lavorare dignitosamente.
      cmq sto fuori casa da anni e anni e anni, non è quello il problema. e quando ci torno ci sto bene, mi sento molto più fuor d’acqua qua che a casa mia. vabè…..let’s keep going….

  6. D'Eco said

    Cara Smila, tu gia`sai; siamo amiche di sbronze anti Ukeniani noi due…………………. Tutto quello che scrivi me lo sento adosso, sulla pelle, forse non ho ancora sviluppato l’altra me, ma credo sia piu probabile che l’altra me sia IO, che mi rifiuto di considere una possibile me qui!!!! L’unica cosa che aggiungerei, ma anche qui si tratta solo di me, e` che la mia non-nostalgia mi suggerisce continuamente che da quando sto qui mi sono allontanata dalla mia Me dovunque essa sia!
    baciiiiiii XXXXX

  7. mmm sai che l’altro giorno a Londra parlavo delle tue impressioni di Manchester comparata ad Edimburgo, e i miei amici UK mi confermano che e’ tipo un casermone, senza molta personalita’. forse e’ la citta’. Sai, Asti-Glasgow e’ una cosa, Roma-Manchester un’altra mi sa. Io voto per Roma-Glasgow per farti piu’ contenta!

  8. […] probabilmente riflettere su queste cose rinvigorisce la mia tesi sullo sdoppiamento di personalità dell’expat, perchè in effetti anche io, che in patria non farei niente di tutto questo, qua mi trovo a […]

  9. nordkappp said

    Come ti capisco. COME-TI-CAPISCO. Sembra un post che avrei potuto scrivere io stessa. Lascia che ti dica una cosa da expat che ha nel sacco qualche anno di expat piu’ di te: con quella che ti sta a fianco ci devi fare amicizia. Devi abituarti a vederla con la faccia perplessa. Quelle cose che ti mancano ti mancheranno sempre. Io ho imparato a convivere con la mia dualita’e cerco di controllare il disorientamento che mi provoca. Quello che non sappiamo e’ quanto ci mancherebbe l’altra parte di noi, quella inglese, quella che si e’ abituata a incazzarsi quando il bus arriva tardi.

  10. nordkappp said

    ps e’ un po’ che non ti vedo in giro…che fine hai fatto?! Ce lo vediamo sanremo quest’anno o no?

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