La sindrome di Edimburgo

19 novembre 2012

“Settimana finita, finalmente!”
“E ora un bel bicchiere di vino!”
“Vuoi dire una bottiglia di gin?”

Dialogo tra colleghi, intercettazione nell’ascensore
dell’ufficio venerdi alle 5

crowded lift, vintage photo

ascensore sovraffollato, vintage office life

E allora venerdì alle 5 ho fatto la mia ultima discesa in ascensore coi colleghi. Con un sorriso infinto e un’impazienza da seienne ho detto addio al mio ultimo lavoro, che era iniziato così.

Quel lavoro non mi mancherà.

Alcuni colleghi però mi mancheranno. Quelli che mi hanno fatto sopportare i giorni più pesanti, che mi hanno aiutato all’inizio, che m’hanno fatto fare grosse risate e coi quali abbiamo inventato i soprannomi dei capetti e degli altri colleghi: FrauLimon, El Verdurero, Il Vigile Urbano, Omega3-6-9-12. Mi mancheranno quelli che in effetti continuerò a vedere al pub!

E che mi hanno pure fatto trovare dei doni sulla scrivania nel mio ultimo giorno:

I doni dei miei colleghi per la mia partenza: cupcakes artigianali, biglietto con dediche, bottiglia di vino italiano

cupcakes artigianali, biglietto con dediche, bottiglia di vino italiano

Insomma, tutto procede bene: mi sono dimessa, continuerò a frequentare gente simpatica e ho pure una settimana intera di libertà (sia dal peso del lavoro che dall’angoscia della disoccupazione) prima di iniziare il nuovo lavoro.

E allora cos’è questa sensazione di malessere?

Ah sì, è la sindrome di Edimburgo.

Perché non mi avete impedito di andarci, eh? Perché non vi curate di me? Perché mi avete mandato a fare inevitabili confronti? Chè se arrivi a Manchester da Roma e trovi che Manchester non sia niente di ché è facile dirti che dopotutto tu vieni dalla città più bella del mondo e allora che cosa pretendi. E’ ovvio che il paragone non tiene, no?
Ma quando invece poi da Manchester vai a Edimburgo scopri all’improvviso che anche nel Regno Unito alcuni scorci possono commuoverti, i bar e i ristoranti possono essere indipendenti e non filiali di una catena multinazionale, le persone possono non essere tamarre.

La mia settimana di libertà è rovinata della mia recente gitarella scozzese. Tornata a Manchester, sono ora delusa ad ogni sguardo all’ennesimo palazzo di pseudo architettura contemporanea che nasconde solo costruzione seriale e irrazionale gentrificazione, ad ogni identica vetrina di Costa Coffe e Pizza Express, ad ogni viso lampadato marrone su miniabito leopardato.

Soffro adesso che so che il Regno Unito non è tutto come dove vivo io e che da qualche parte c’è ancora umanità.

Edimburgo: sì, sembra una città vera, non il Monopoli.

Edimburgo. Strano, queste vecchie case non sono ancora state abbattute.

Edimburgo. Hei, hanno tutti il cappotto, dove sono i tamarri svestiti?

Edimburgo, ti odio.
Edimburgo, mi manchi.
Volevi forse dirmi che vivo nella città peggiore della terra della regina?

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11 Risposte to “La sindrome di Edimburgo”

  1. julka75 said

    Oddio. Edimburgo. Quanti ricordi.

  2. Eilan82 said

    Mi rivedo in tutto quello che hai scritto.
    Ti fa un super weekend in Scozia (non so te, ma io già sul treno ero in estasi nell’ammirare gli spendidi paesaggi!!!), poi torni a Manchester e ti ritrovi a odiare i casermoni in mattoni rossi e l’atmosfera cupa da fine ‘800.
    E che ce voj fà.

  3. Anna8 said

    La Scozia é bellissima, Edimburgo non puó non piacere. Coraggio … mi fa piacere che abbia scoperto una bella cittá in UK, dove le belle cittá non mancano.

  4. Dai,anche se sri andata a edimburgo sono contenta ti sia piaciuta.e’pur sempre tutta roba mia.torna presto!io vengo a londra questo week end.

  5. Giovyovy said

    Fa male, eh? Come ti capisco…

  6. No ma i cupcakes sono qualcosa di…. stupendo! *-*
    Ma devi per forza rimanere a Manchester per lo studio del tuo ragazzo? Magari in futuro puoi fare un pensierino di andartene a Edimburgo, no?

  7. carlo said

    ma chi te la fa fare a pensare di tornare davvero in italia? qui lo sfruttamento lavorativo (e non solo) dei giovani è totale: 0 copertura contrattuale o al massimo stage e contratti co.co.pro. di poche centinaia di euro. si è giovani a tempo indeterminato e bisogna avere sempre il sorriso in bocca e dire sempre di sì.
    certo, le relazioni, gli affetti, i piatti prelibati e il clima possono mancare. se hai una famiglia che ti coccola e ti mantiene, ancora minore è il desiderio di partire. ma la mancanza di prospettive per il futuro, il pendere dalle labbra di un capo o un responsabile ignorante, poco umano o empatico, senza vedere riconoscimenti per i propri sforzi, o vedersi passare davanti da figli di papà, sono tutti ingredienti che accendono la voglia di tagliare il cordone con questo paese.
    Non bisogna ovviamente fare di tutta l’erba un fascio e conosco persone, gruppi e aziende virtuose (o semplicemente normali), che ti fanno pensare che qualcosa sta cambiando e si possa invertire la rotta. Ma è dura, molto dura.
    ti auguro di prendere le tue decisioni con serenità, ma nel frattempo pensa anche a ciò che ti potrebbe dare benessere nel breve-medio periodo, magari proprio andando ad edimburgo!

    • eh, Carlo, ahimé lo so benissimo com’è la situazione in Italia; ne sono fuggita perché ho sperimentato di persona tutto quello che racconti. E infatti sto qua. Però è brutto. E starei in Italia se potessi.

    • Alberto said

      mmm. sfruttamento dei giovani? non credere che un 46enne con famiglia a carico e finta partita iva per fare lavoro da impiegato da mascherato (finto) artigiano per il fisco, senza ferie, nè altro sia messo meglio, eh…..

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