Chiamala pure burocrazia

8 giugno 2012

Essendo italiana e avendo speso gran parte della mia vita da adulta a Roma, la mia più grande paura è la burocrazia. Vorrei che Kafka sapesse che quello che ha descritto lui nel Processo non è niente in confronto a quello che ho vissuto io in coda all’Acea o al telefono col CUP.

Io la burocrazia la vedo come Terry Gilliam in Brazil. Dunque la temo.

brazil, terry gilliam

A Roma sbrigare una pratica richiede una programmazione di almeno una settimana. Più dalle tre alle otto telefonate preventive, cioè quelle che fai prima di andare di persona all’ufficio per domandare quali documenti devi portare e quelle rifatte tali e quali un paio di giorni dopo per vedere se la risposta è cambiata. La sera prima di andare nell’ufficio pubblico ricontrolli i documenti dieci volte e non riesci a dormire dall’agitazione, come prima della discussione della tesi. Solo che qua non hai chances.

La mattina ti alzi, ricontrolli i documenti per l’undicesima volta e ti avvii. Arrivi alle 5, tre ore prima dell’apertura, e ci sono già 35 persone in fila, avvelenate e fameliche. Fai la fila, la fila, la fila e quando arrivi allo sportello ti dicono che hai fatto la fila sbagliata o che devi andare all’ufficio dell’altro quartiere o solo il mercoledì dalle 10 alle 12. Allora rifai la tiritera un’altra volta (perdendo un altro giorno di lavoro), ma anche sta volta hai sbagliato ufficio e ti mandano in un altro. Il terzo ufficio ti rimanda al primo il quale fa finta di niente e ti dice “manca un certo foglio ma vabbè visto che sono buono e generoso ti avvio lo stesso la pratica” e a quel punto devi solo aspettare 8 mesi per sapere il risultato. E questa è la versione corta e in cui le cose vanno bene.

Ecco, viste le mie innumerevoli ovviamente catastrofiche esperienze, il fatto di dover andare oggi in un paio di uffici, mi ha fatto venire il magone tre giorni fa (ché il magone è parte integrante del procedimento).

Nonostante la pioggia (ma va?) non potevo rimandare. Alle 2.30, dopo pranzo, mi ero fatta abbastanza coraggio. Ho indossato il solito abbigliamento palombaro, ho sceso tre piani di scale con in spalla la bici e mi sono avventurata nella giungla metropolitana.

in bici sotto la pioggia. cheppalle!

Pedalando sotto la pioggia mi sentivo “Smila the Brave” e mi incoraggiavo con le stesse autoesortazioni che usavo da piccola prima di andare dal dentista.

Arrivo in banca così agitata da non sentire le gocce di pioggia che mi rigano la faccia e le mani. Entro imprecando preventivamente contro la fila allo sportello, ma poi mi accorgo che c’è solo uno davanti a me. Uno solo, che stanno già servendo, peraltro. Alle 2.46 sono fuori, di nuovo in sella alla bici e soprattutto dopo aver concluso del tutto l’operazione e dopo aver anche discusso alcune possibili modifiche al mio conto.

Il sollievo per il primo successo si infrange immediatamente contro il terrore per il secondo giro. Stavolta le cose si fanno difficili perché non sono sicura di dove sia il posto, ne ho solo un’idea vaga venuta da indicazioni di un amico non particolarmente pratico della città. Ricomincio l’imprecazione preventiva e alzo gli occhi al cielo per essere più convincente nella mia scenata. E cosa vedo? Un segnale stradale che mi indirizza all’ufficio. Ci arrivo in un baleno. Entro con tutta la bici pensando che un gesto estremo come questo possa mettere subito in chiaro che mi sento aggressiva e voglio sistemare tutto oggi stesso. Un sorriso a cento denti circondato da una biondina con cartella in mano mi avvicina quando ho ancora un piede e una ruota fuori dalla porta. Mi indica gentilmente dove posare la bici “ché con questa piogga meglio tenerla dentro così non si bagna” (dice lei) e in due minuti risponde a circa 10 mie domande. Alle 15 sono fuori anche dal secondo ufficio. E, cosa ancora più incredibile, ho fatto tutto quello che dovevo fare. Tutto.

Ho capito, insomma, cosa intendono quelli che dicono “eh, in Inghilterra funziona tutto”. Vogliono dire che se hai un problema ci metti un minuto a capire a chi rivolgerti, dove e quando. Ti rispondono al telefono, via posta e pure via mail. E se proprio devi andare di persona le attese sono minime. E sanno tutte le risposte. Mica male.

Alle 15.20 ero dentro casa, bagnata ma felice. Felice come quando hai sconfitto il mostro, quando sai che sì, la vita è difficile e ti mette di fronte a un sacco di prove e in più ti ci mette mentre piove, però, cazzo, a volte puoi anche vincere.

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5 Risposte to “Chiamala pure burocrazia”

  1. amica quindi il down di oggi era dovuto alla mancanza della burocrazia italiana? 🙂 Quando ero lì dovevo agare la council tax, ma nessuno sapeva dirmi come fare. Ho mandato una mail al council e il giorno dopo avevo già pagato! that’s what I call efficiency! e adesso ascoltati i citizens e birrino al temple, che mi pare che ancora non ci sei stata. Dai su: it’s friday. you cannot stay at home on friday evening in manch!

    • no no, ma non è un down. certo, vedere su skype i miei amici che boccheggiano dall’afa nudi e seschi mentre io sto sotto la coperta e barrico le finestre sennò la tempesta mi travolge, non aiuta. però tutto ok. ce la posso fare. inizio con un vino bianco, va! quando sarai a MCR mi devi avvertire!

  2. natalia_pi said

    anche qui in Asburgica sono efficienti e (generalmente, non sempre) cortesi. infatti ora ho l’ansia quando devo andare al consolato italiano, perché ho perso l’abitudine alla burocrazia italiota – che è una roba simile alla tauromachia. poi magari funziona bene, come quando mi sono iscritta all’AIRE, ma nonostante ciò, anche io temo la B.I. (burocraziaitaliota.)

  3. stazzitta said

    non può piovere per sempre, manco a manchesta.

  4. niki said

    mettiamola così: la Colombia, come burocrazia, è peggio dell’Italia e l’efficenza dei colombiani… efficenza? Cosa significa?

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