Dopotutto, è anche grazie a questa tragedia immane che sono diventata quella che sono ora

18 ottobre 2011

(Si brava, e Babbo Natale che ti porta quest’anno?)

Ci sono alcune frasi fatte che proprio mi danno sui nervi e che se le sento dire mi si chiude automaticamente il pugno e sento il braccio che mi si mette in posizione “parte il gancio” per sganasciare la mandibola di chi le ha dette. Una di queste è quella perla che dà il titolo a questo post e che si può parafrasare così: “alla fine quelle sfighe che mi hanno fatto stare male fisicamente e mentalmente non erano poi così male perché, hei!, sono ancora qua, e guarda come sono fica!

Ecco, no.

Cioè, il primo che ha detto una fesseria simile ed è pure stato citato nei secoli dei secoli è evidentemente un genio, come l’inventore delle manine appiccicose elastiche che stavano nelle patatine. Cioè uno che con una fesseria ridicola è diventato un idolo mondiale. Tipo quello che nel 1990 è riuscito a far ballare a 1 miliardo di persone questo ballo qui.

Però, ora, chiariamo. Se vogliamo pronunciare l’impronunciabile per pura goliardia ok, ma non è che poi possiamo veramente credere a una scemenza simile, e così dare un senso a tutta la monnezza che ci è capitata nella vita.

Se in seconda elementare non fossi stata emarginata dalle compagne di scuola perché tutte avevano la Barbie e io avevo Susanna, la versione tarocca, saerei stata una bambina più contenta e più sorridente e sarei andata a scuola più volentieri.

Se il mio primo fidanzatino non mi avesse lasciato per mettersi con quella fichetta sciacquetta ossigenata e invece avessi potuto essere stata io a lasciare lui per mettermi con Ken, mi sarei sentita più fica e mi sarei risparmiata varie serate a piangere seduta sul balcone con mia cugina a cantare tutto il disco di Grigani con su la maschera della malinconia (pardon, paranoia, come si diceva allora).

Se dopo la laurea non mi avessero offerto solo “lavori” precari, sotto pagati, idioti e dequalificanti sarei stata solo più serena, un po’ più tranquilla e più fiduciosa negli altri e nel mondo.

E potrei andare avanti ad esempi, anche ben più gravi di questi, finendo tutte le pagine di internet…

Dunque ammesso che io voglia dire che “è anche grazie a questa tragedia immane che sono diventata quella che sono ora” dovrei aggiungere che ora sono cinica, disillusa, stanca e demotivata. Che se ogni singola tragedia o sfiga o delusione non mi fosse capitata sarei sempre io, solo che sarei più sorridente, fiduciosa, ottimista e propositiva. Cioè starei meglio.

Io dico no all’apologia della monnezza. No.

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3 Risposte to “Dopotutto, è anche grazie a questa tragedia immane che sono diventata quella che sono ora”

  1. sgangheratamasolida said

    Io quella stronzata del “grazie alle mille sfighe non sarei diventata così” la odio, ma me la ripeto sempre per farmi coraggio.
    Ti volevo avvisare che tra i geni dei tempinostri hai dimenticato l’inventore dello SKIFIDOL, a cui io sarò grata per sempre.

  2. leggerti mi provoca sempre due sensazioni….sorriso e riflessione! Direi in fondo un sorriso amaro, sarcastico, forte di quel cinismo di cui parli che secondo me avvolge tutti noi, le nostre generazioni quasi soffocandoci….leggere stati d’animo così simili rende meno vulnerabili, sai? almeno penso:)) kisses from Rome

  3. inetta(menodiuntempo)avivere said

    io dico facciamo le magliette con la frase piu significativa di questo post e della contemporaneità, ossia citandoti “Io dico no all’apologia della monnezza”.

    love

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