Andare via dall’Italia

11 maggio 2012

Questo post me l’avete praticamente strappato dalla penna. Tutti voi (tanti, cazz!) che ogni giorno iniziate la vostra emigrazione cercando su google “andare via dall’Italia”. E arrivate qua e incominciate a farvi un’idea di quello che possa voler dire farla veramente, quella cosa che vi viene in mente a ogni visione di TG, a ogni curriculum senza risposta, a ogni nuova tassa sulle mutande a pois, a ogni De Gennaro nominato sottosegretario.

Questo post ve lo scrivo in una giornata qualunque fuori dall’Italia e fuori dall’Euro, durante una tipica pioggia battente tra i raggi del sole. Durante una pioggia forte e duratura che non è un acquazzone estivo, non anticipa nessuna bella giornata e non porterà nemmeno l’arcobaleno. Alzerà vagamente le temperature, portandole a mala pena sopra la soglia del numero a due cifre.

Scrivo oggi – in una pessima giornata grigia e senza aprire i giornali italiani online – nel tentativo di essere razionale. Ché se per puro caso oggi qua ci fosse il sole o stessi leggendo uno di quei titoli dei nostri giornali mainstream (schifosi in forma e contenuti), questo post reciterebbe più o meno così: “sì, dobbiamo andarcene tutti dall’Italia”.

Quando sono partita per Manchester la sensazione era di aver preso una decisione molto importante in un tempo molto piccolo. Pensavo di aver fatto le valigie in quattro e quattr’otto senza essere stata a rifletterci troppo. Pensavo che la mia partenza fosse stata una diretta derivazione di pochi fattori che si erano sistemati in modo da tracciare una via irrinunciabile: perdita del lavoro, trasloco inevitabile, S. direzionato verso Manchester.

E invece non era così. Quelli sono stati solo gli episodi scatenanti. Latente, da molti anni oramai, c’era la consapevolezza di non stare bene, di aver bisogno di cambiare aria e soprattutto di smettere di vivere l’umiliazione quotidiana di lavorare in Italia, con una paga che non era uno stipendio, senza ferie, senza permessi, senza malattia, senza orari stabiliti, senza poter mettere da parte un soldo. La mia non-carriera italiana, fatta di lavori che mi piacevano molto e non pagavano e lavori che non mi piacevano e pagavano poco, fatta di giorni liberi dal primo lavoro per andare a fare il secondo, serate passate a lavorare da casa a cose interessanti e giornate passate in ufficio con gente meschina e approfittatrice, mi aveva stancato. Era chiaro che “fare gavetta” era una frase vuota. Perché quando esperienza, responsabilità e competenze aumentano mentre lo stipendio e i diritti diminuiscono, quello non si chiama gavetta, ma sopraffazione.

Allora mi sono trovata all’improvviso in un’altra nazione. Con l’entusiasmo e la paura delle cose nuove, quelle grandi, che cambiano la storia della tua vita.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire accorgersi, con imbarazzo, di provare stupore per cose che dovrebbero essere la norma ma da noi non esistono: il tuo capo che ti dice grazie, un lavoro a tempo intedeterminato, il tuo stipendio che cresce ogni 3 o 6 mesi, assieme alla tua esperienza. E poi la possibilità di affittare una casa vera, intera, solo per te, anche se fai un lavoro umile, l’autobus che passa all’ora stabilita, le visite mediche con l’interprete nel caso tu non sia ancora pratico con la lingua. I figli di ragazze giovani, nati perché essere incinta non vuol dire anche essere licenziata. Le serate che iniziano alle 6.30 perché 8 ore di lavoro sono abbastanza e nessuno viene insultato per essere uscito dall’ufficio all’orario stabilito dal suo contratto. Essere considerato adulto e non ragazzo a 30 anni, con tutte le responsabilità del caso.

Vivere fuori dall’Italia è vedere una televisione che oltre alle scemenze presenta anche programmi interessanti, é vedere i film nella loro lingua originale. E’ ascoltare la gente comune fare domande a politici che rispondono per davvero. E’ ritrovare una dignità di persona e lavoratore che da noi non esiste più.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire anche essere lo straniero: immergersi in una cultura nuova e sconosciuta, non capire le battute nazionalpopolari e non conoscere i personaggi famosi, sperimentare la guerra tra un cervello che pensa con la sua cultura e una bocca che parla una nuova lingua. Vuol dire sentirsi rispondere “è per questo che l’Italia è fallita” ogni volta che commenti il prezzo esagerato dell’insalata, vuol dire comprare i pomodorini a decine anziché a chili, rinunciare al pane vero.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire essersene andato e cioè stare lontano: da quegli amici cui non devi raccontare il passato perché l’hanno vissuto con te, dalla famiglia, dal tuo locale preferito, dal profumo della peperonata al giovedì e della pasta col sugo avanzato il giorno dopo. Vuol dire dover rendere tua un’altra casa, senza i mobili di sempre e lo specchio nel quale ti vedi più magra. Vuol dire litigare col tuo fidanzato e non poter sbattergli la porta in faccia per andare a parlar male di lui con la tua amica. Vuol dire non esserci quando succedono le cose importanti a quelli che conosci e aspettare di essere tutti connessi a skype per dirsi le novità. Dover andare al matrimonio con un vestito inglese, cercando quello che sembri meno inglese possibile. Tenere sotto controllo quotidiano le offerte delle compagnie aeree.

Vuol dire provare frustrazione al ventesimo giorno di pioggia, a maggio, quando il tuo corpo è pronto alle maniche corte ma fuori ci sono 11°. Vuol dire cominciare nuove relazioni, conoscere nuovi locali e nuovi indirizzi, con tutta l’eccitazione dei primi mesi e la stanchezza dei mesi successivi. Vuol dire nostalgia costante, più o meno intensa, ma presente, come compagnia fissa.

Vivere fuori dall’Italia vuol dire sapere cosa succede in patria dai giornali e dagli amici, senza vivere in prima persona lo spirito del tempo e senza contribuire in nessun modo. Vuol dire vedere il tuo paese che continua la sua caduta e sentirti vigliacco ed egoista per non aver provato a metterci del tuo.

E poi vuol dire molte altre cose: divertenti, estenuanti, piacevoli o inspportabili. Vuol dire diventare più ricchi di esperienze e più poveri di relazioni, più forti per alcuni versi e più deboli per altri. E mille altri contrasti e sensazioni difficili o facili da vivere a seconda del tuo umore o del clima o dell’avvicinarsi del tuo prossimo rientro in patria.

Insomma non è facile. Ma nemmeno così difficile. Si fa, lo possono fare tutti. Secondo me quello che ci vuole più di tutto è non programmare troppo in là, procedere un po’ per giorno. E vedere come va.

banksy - there is always hope

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85 Risposte to “Andare via dall’Italia”

  1. Noi si resta in Itaila, ma lontano da casa. Che, a dirla tutta, pare la scelta più idiota. W chi se ne va. Anche se, come diceva Caterina Caselli, che male fa.

    Btw, bellissimo e verissimo post.
    Bacioni
    V.

  2. julka75 said

    Pensa te che anche io ho avuto lo stesso scollamento da casa mia quando mi sono trasferita a Roma. Sempre dall’Italia. Però per l’estero ero troppo vecchia. Prima dei trenta magari sarebbe stata un’altra cosa.

  3. Anna Rita said

    Vorrei avere avuto il tuo coraggio. Invece sono incatenata qui, non riesco a guardare neanche gli annunci fuori Roma. Anna Rita

  4. Da said

    Bellissimo post…
    Quanto mi fa incazzare che voi siete la’ e i trota qua…

  5. stazzitta said

    mi sono messa a piangere.

  6. Un pò m’hai fatto commuovere, un pò sorridere e anche tirare il fiato. Sei più leggera di me, e te lo invidio, e decisamente più coraggiosa – e questo non te lo invidio per nulla. E’ come dici, è vero, ma mi fai sentire meno sola – e grazie.

  7. Questo post mi è piaciuto moltissimo Smilla, rende l’idea, è informativo e anche molto umano. E’ tutto vero, a me a lavoro alle 5.40 hanno detto cosa fai ancora qui? Vai a casa, non vogliamo che tu finisca con l’odiare questo lavoro. O o . Io a momenti mi inchino. Mondi diversi.

  8. MG said

    Quant e’ vero questio post Smila! L’ avrei praticamente potuto scrivere io, se solo sapessi scrivere come te, solo sostituendo la neve alla pioggia:) Mi ha fatto davvero commuovere! Love u

    • flavio said

      Ciao MG, allora dimmi dove sei andato/a tu che io a Manchester non ci andrei perché la pioggia non la sopporto, ma la neve… la neve!

  9. Ron said

    Pochi giorni fa parlavo in ufficio con un cliente, amico di mio padre, e lui a un certo punto mi fa, serio serio: “mi dispiace veramente per te e la tua generazione, davvero. Io ho ancor qualche speranza per mia figlia, che ha 18 anni adesso, ma voi…quando tra qualche anno la crisi, forse, sarà risolta, voi sarete troppo vecchi….Mi dispiace, perchè è stata anche colpa nostra, della nostra generazione, ma non potevamo saperlo…Pero’, dai, tu sei una gran brava ragazza, faglielo lo stesso un nipotino a tuo padre, che ci tiene tanto….sai che lui ti darebbe sempre una mano….” …Certo che lo so, che per mia enorme fortuna, mio padre finchè puo’ mi da una mano…ma la mia dignità!??! quella che ogni giorno, da anni viene calpestata?!?! Ormai non si fa neanche piu’ finta che le cose a breve andranno meglio, perchè sappiamo tutti che non è cosi’….questo piccolo esempio, Smila, ma potrei elencartene all’infinito, solo per dirti che : non voglio MAI piu’ sentirti dire che ti senti vigliacca ed egoista perchè te ne sei andata, perchè il nostro paese ci ha tolto TUTTO e non ci ha dato NIENTE, e tu hai tutto il diritto di provare a rendere migliore la tua vita altrove, finchè ti va e finchè la nostalgia non è troppo forte…..Chi si deve vergognare, stai tranquilla che continua a starsene seduto beatamente sulla sua poltrona……..e non sei certo tu! Sono con te Smila!….e Bansky forever! Ron

    • nooooooooo futuuuuuuuure!!!!!!

    • Nordlys said

      Spesso penso che noi italiani meritiamo tuitto il male possibile, perciò anche se in futuro dovessi diventare poverissima e crepare di fame, mi sentirei solo un peso in meno per il resto dell’umanità che dell’italia e degli italiani non ne sente la mancanza.
      Ovvio, quelli che vanno all’estero sono esclusi da questo pensiero.

  10. Ho il terrore dei cambiamenti e ho il terrore di non capire quello che gli altri dicono, le battute, le frasi idiomatiche, ho il terrore della penuria di relazioni sociali. Non lo so, alcuni dicono che ci vuole coraggio sia ad andar via che a restare in Italia, io dico che rimanere è sempre la strada più facile e purtroppo io sono nata con questa cosa che mi piacciono le strade facili, poi sai, le cose della vita…vabbè, insomma, tutte scuse :\

  11. manoel said

    bel post. io sono via dall’italia dal 2004 e devo dire che la nostalgia non c’e’.forse ce n’era un po’ all’inizio, ma poi e’ passata.

    e riguardo al sentirsi vigliacchi, io non la penso come te, anche se a volte mi sono sentito esattamente come te. a volte quando torno in italia e magari mi lamento mi sento dire “facile lamentarsi quando tu sei all’estero!”. anche questo e’ secondo me, vedere la cosa da un angolo sbagliato.

    io la vedo cosi’. voglio fare quello che so fare al meglio, e se questo implica andare all’estero, o restare al paesello non fa alcuna differenza. a volte penso che se tutti avessero come obiettivo quello di diventare dei vecchietti simpatici e soddisfatti ci sarebbero molti meno problemi in giro…

    e poi, per finire la predica :-), penso davvero che in italia manchi una discussione seria sul flusso di persone che entrano ed escono dai nostri confini.

    in tutta franchezza, questa storia dei cervelli in fuga e’ una colossale scemenza.

    il problema secondo me e’ capire perche’ dall’italia se ne va gente qualificata, mentre gli stranieri che ci arrivano sono (con eccezioni, of course) dei disperati su un gommone.

    il motivo per cui me ne sono andato sarebbe stato un motivo ragionevolissimo anche se l’italia fosse il paese dei balocchi. faccio il ricercatore e lavorare in un centro di ricerca straniero e’ un esperienza da fare. punto.

    iniziamo a chiederci perche’ gli stranieri qualificati non vengono in italia, se non per le vacanze.

    il problema secondo me e’ tutto li.

    fine.

    (scusate la predica ma il tema c’e’ l’ho proprio a cuore, come tutti quelli che stanno fuori, credo…)

    • Cristiano said

      è quello che dico sempre anche io: cervelli Tedeschi, Francesi, Inglesi e Spagnoli sono “scappati” verso altri paesi. Ma bisogna domandarsi perchè – se anche i cervelli italiani fuggono all’estero – i cervelli stranieri non si rifugiano in Italia nonostante il clima, il cibo e la “Dolce Vita” (quanto odio questa definizione nelle riviste estere…)

  12. bitter_ said

    a parte la nostalgia (per ora nè amica presente, nè tantomeno nemica costante… giusto qualche flash ogni tanto, ma dipende da quanti radiohead mi son sparata!) è assolutamente adatto a me.
    me ne sono andata solo da due mesi, e penso che scriverti prima di partire mi abbia davvero aiutata.
    andarsene è facil, e a dirla tutta, a guardarla bene, è anche una figata! :)
    non so come sarà andando avanti, quanto voglio stare qui, ma è stata davvero una scelta buona. e una volta salita sull’ aereo è anche passata la paura di tutto.
    diunaltroavviso

  13. cri said

    va beh mi uccido.
    Cri

  14. nikitesoroni said

    Bel post. Pensa che io, dall’Italia, me ne sono andata a 46 anni. E verso l’India. Ok, con un marito stupendo. Ma con una salute da schifo.
    E adesso stiamo ricominciando (di nuovo) in Colombia.
    Ma se non hai un poco di coraggio, la vita diventa veramente triste! ;-)

  15. D'Eco said

    Cara Smilla ti rileggo e volentieri! il post e` bellissimo,piu`che lasciare (nuovamente) l’Italia quello che mi preoccupa, e un bel pò, è l’argomento clima a manchester , capirai una palermitana lì sembra quasi un esperimento sulle capacità di adattamento del genere umano!!
    Rispetto a vivere all’estero non ho dubbi; sono tornata brevemente in Italia, dopo aver vissuto 7 anni in Spagna e sono convinta che chiunque dovrebbe fare un esperienza all’estero, perche` per quanto difficile possa sembrare al principio: nostalgia senso di solitudine e comunque la perenne condizione di “straniero”; tutto questo alla fine paga. Per me il valore più grande è aver acquisito la coscienza che le cose possano funzionare diversamente, che esistono modi e forme diverse più civili, più efficienti che ti permettono di vivere la tua vita piu`semplicemente, questo aldilà di un valore pratico ha anche un importantissimo valore personale.
    Fa male lasciare la propria “terra” e tutto ciò che questa parola racchiude per ognuno di noi, ma mi sembra, un volersi incaponire in qualcosa che comunque alla fine non ti ripaga!
    Quelle normalità di cui parlavi che per noi del “Bel Paese” spesso risultano eccezioni: ( un autobus puntuale, un contratto regolare, un ufficio o un servizio pubblico efficente etc etc….) quel non dover stupirsi del senso civico, come se questo fosse una caratteristica in via d’estinzione, quel non dovere uscire da casa ogni mattina con la sensazione “inizia la lotta”, la mia lotta contro una società che non mi vuole!

    P.S. Comunque ho gia i miei wellies in valigia!!

  16. oddio. interessante. stiamo (con il marito) vendendo casa per trasferirci in bretagna. poi ti saprò dire. per ora faccio tesoro di quello che hai detto. grazie.

  17. Cristiano said

    Smila: che figata pazzesca leggere questo post!
    anche io vivo costantemente con la nostalgia di una Sicilia lasciata ormai da diversi anni e con il senso di colpa di essere stato codardo (anche se io non sono scappato: le cose della vita mi han portato dove sono adesso).
    Poi mi dico che alla fine la mia vita è solo mia e ne sono il solo responsabile.

    Alcune frasi mi hanno fatto sbellicare.
    “…se … stessi leggendo uno di quei titoli dei nostri giornali mainstream (schifosi in forma e contenuti), questo post reciterebbe più o meno così: “sì, dobbiamo andarcene tutti dall’Italia”.”
    “…Dover andare al matrimonio con un vestito inglese, cercando quello che sembri meno inglese possibile.”

    grazie per mettere insieme i tuoi pensieri che sono anche quelli di molti – come me – che a volte soffrono dentro per essere emigrati

  18. Piero said

    Ciao,
    bel post, veramente, anche io vivo all’estero

  19. Piero said

    Ciao,
    bel post, veramente, anche io vivo all’estero e mi sono ritrovato nel tuo “descritto”…
    Specialmente:


    Vuol dire non esserci quando succedono le cose importanti a quelli che conosci e aspettare di essere tutti connessi a skype per dirsi le novità.

    Vuol dire nostalgia costante, più o meno intensa, ma presente, come compagnia fissa.

    Vivere fuori dall’Italia vuol dire sapere cosa succede in patria dai giornali e dagli amici, senza vivere in prima persona lo spirito del tempo e senza contribuire in nessun modo. Vuol dire vedere il tuo paese che continua la sua caduta e sentirti vigliacco ed egoista per non aver provato a metterci del tuo.

    Brava!

  20. Che bello aver letto questo post, mi da molta forza per affrontare il più grande salto della mia vita. Sto programmando di emigrare in Australia a 34 anni, una moglie ed una figlia in arrivo. Ho lottato per restare in Sicilia, ho fatto ogni tipo di lavoro che mi veniva proposto ma ora sono stufo di questa vita. Voglio dare un futuro a mia figlia, voglio farla crescere dove può seguire i suoi sogni.
    Ogni notte penso alla strada che mi aspetta, ai sacrifici che dovrò anzi dovremo affrontare con un’unica certezza, c’è la faremo!

  21. Mi sono fatto tanti anni all’estero (incluso UK), mi ci sono laureato, ci ho studiato e ci ho vissuto da cittadino.

    Vorrei tracciare un profilo meno roseo, se posso permettermi:
    – Le aziende sono fatte di persone – il capo che ti dice “grazie” qualche volta lo trovi e qualche volta no.
    – Trovi anche i colleghi che ti siedono accanto nell’open space e non dicono neanche buongiorno.
    – Trovi i colleghi che appendono le magliette e i calzini sudati del viaggio in bici sul framezzo tra i due cubicles.
    – Trovi, è vero, una pubblica amministrazione generalmente più snella e con personale più cortese ma sono duri di comprendonio come le capre delle Shetland. Qualsiasi situazione che deroghi dalle linee guida diventa una manfrina senza fine.
    – Gli autobus che arrivano sempre in orario, negli UK, li hai visti solo tu. Punto. Sui treni, lasciamo perdere… sono pietosi.
    – Avranno anche il traduttore, ma se mi sentissi male correrei in Italia: di medici che per capire cosa ho guardano i manuali e di medici che non si lavano le mani ne ho visti troppi. Hai mancato di osservare che non esistono i pediatri se non come specialisti ed il medico generico vale da 0 a 99 anni.
    – Se non hai un’assicurazione sanitaria, per una prestazione aspetti tanto quanto in Italia.
    – Gli aumenti ogni 3 / 6 mesi sono una stronzata, scusa la scurrilità. Le aziende hanno dei processi di salary review tipicamente annuali (ma anche semestrali talvolta). Su questo concordo, non vengono erogati per amicizia ma per merito – e non è poco.
    – Fintanto fai un lavoro da “employee” va tutto bene; quando devi passare a manager o executive la cittadinanza conta; non per razzismo ma perché temono che tu possa andartene di nuovo al tuo paese. Conta anche la lingua in termini di registro verbale e di relazioni sociali – alcuni posti non sono così open agli stranieri.
    – Chiudo con il costo delle strutture buone (si vede che non hai famiglia): una buon asilo in UK costa £800/900 al mese (zona di Londra) in Italia un buon asilo pubblico sta a 300/400 euro. Per non parlare di università (9000-10000£ all’anno e con un processo di selezione governato dal CAO, Central Admission Office, almeno che tu non sia part-time o mature student).

    Potrei andare all’infinito. Sicuramente ci sono dei pro, ma sono dell’idea che tutto il modo è paese e che i disastri sono dappertutto. E’ un buon modo per iniziare ma quando sali di carriera diventa spesso stretto.

    My $.02.

  22. P.S.: aggiungo un dettaglio sui contratti regolare – negli UK è stato come in Italia fino a qualche anno fa. Poi si sono inventati le shared limited companies dove i co.co.co. sono dei soci dell’azienda. E’ più facile essere assunti, d’accordo – ma è di gran lunga più facile essere licenziati (con una buonuscita di una settimana di stipendio per anno di servizio).

    • alessandro, come potrai facilmente immaginare, il mio post non pretendeva certo di essere esaustivo. in effetti è parte di un lungo discorso che si sviluppa lungo tutto il blog, da settembre dell’anno scorso. credo che tu abbia ragione su molti punti. in ogni caso, quelle che in UK sono da considerare delle pecche, in Italia ce le sognamo come chimere inarrivabili. io vivo a Manchester e non ho figli, sicuramente questo rende la mia vita più facile rispetto a quella di un padre che vive a Londra. in ogni caso qua con l’orario dei treni ci puoi rimettere l’orologio. grazie delle tue osservazioni! cià

      • julka75 said

        Io ho un’amica italiana che vive a Londra con tutta la famiglia, figlia inclusa. Forse non avranno il pediatra, perché tra l’altro pare non essere usanza, ma quando sua figlia ha problemi di salute la porta in ospedale dove a quanto mi risulta è stata curata sempre con la massima cura. E lei si è perfettamente adattata all’usanza, non considerandola terribile. È vero che i problemi esistono anche dalle altre parti del mondo, e per carità, non esistono luoghi perfetti, ma esiste anche la propria, individuale capacità di adattarsi a luoghi differenti e a modalità che non sono le stesse portate da casa nostra. Il proprio equilibrio sta nel capire se il luogo dove hai deciso di emigrare riesce a renderti più sereno di quello che hai lasciato, a prescindere dai problemi di adattamento.

  23. Angela said

    condivido 100% tutti questi pensieri che sei riuscita a mettere assieme e mi ritrovo perche’ anche io sono italiana all’estero come te..Condivido il dover pensare di vivere giorno per giorno..poco a poco…ma per quanto tempo? Quando potremo vivere la nostra vita che non sia il “vivi alla giornata”? Secondo me e’ bello oggi xche abbiamo la forza di lottare e siamo anche incoraggiati e allettati dall’idea di vivere al massimo tutto quello che la vita ci offre…Ma arrivera’ un punto in cui vorremo avere anche delle certezze e saremo stanchi di “non programmare” ..
    Grazie, bellissimo post!

  24. Marco Perego said

    Bel post e bella risposta da parte di Alessandro.
    Per quanto mi riguarda da quando sono tornato dall’Australia a dicembre ho iniziato un processo di rincoglionimento dei miei amici affinché anche loro facciano lo zaino e salutino il Belpaese. Nessun dubbio a riguardo,sono decisamente più i pro che i contro.
    In Australia ho trovato il paradiso,per un sacco di motivi: uno semplice ma che rende l’idea è che effettivamente 9 su 10 hai il buongiorno,per favore e grazie (le basi dell’educazione,cazzo!!!!) del capo,dei colleghi e dei clienti. Mica è cosa da poco…
    Poi sui prezzi dei servizi si può stare qui a discorrere per i prossimi due giorni,ovviamente dipende da dove te ne vai… Se Alessandro dice che un asilo a Londra costa tre volte tanto quanto costerebbe in Italia, ribatto dicendo che a Milano l’università la pagavo (in Statale,mica in Cattolica o in Bocconi,giusto per capirci…) poco meno di 2000 euro all’anno,mentre amici in Francia caccia(va)no circa 300 euro. Per quanto mi si dice anche in Belgio hanno di che sorridere. Passando all’altro estremo,sappiamo tutti che per avere una buona istruzione in Australia o negli Stati Uniti devi vendere un rene al mercato nero…
    Tutto è relativo,insomma…ma non mi sono pentito un istante solo di aver salutato tutti quelli che conosco per cercare qualche sorriso in più fuori dall’Italia. Ora sto a Bruxelles e me la godo nonostante un’estate che estate non è, e ad ottobre mi aspetta un altro volo sola andata per tornare down under.
    L’Italia è un Paese della madonna,ma la lascio volentieri ai tedeschi che ci arrivano in vacanza.

    • in bocca al lupo per i tuoi viaggi! e cmq io non vedo l’ora di tornare in italia in pianta stabile. per ora resisto!

    • Marco, mi trovi totalmente d’accordo. Non voglio infatti dire che all’estero si stia male, ma se dovessi parlare in termini così idillicaci di una nazione estera, forse mi riferirei alla Germania o ai paesi scandinavi, non certo a quelli anglosassoni.

      • L said

        Da emigrata in paese scandinavo, lascio i miei due spiccioli.
        Sì, usiamo termini buoni ma non certamente idilliaci. Ci si viene a trovare in una cultura che, rispetto a quella anglosassone, è più diversa dalla nostra.
        La vita costa molto di più e, se è in linea con lo stipendio, siate consapevoli che non cresce così tanto con la posizione: si tende a mantenere la parità più possibile (la linea socialista dello stato si avverte proprio).
        Ammetto anche che è certamente più semplice per le famiglie, ma se è vero che io esco dall’ufficio alle 16, è anche vero che ci entro alle 7-7:30. Scordiamoci i ritmi italiani: alle 8 solitamente sono già in riunione (però, se ho bisogno di mezza giornata, non ho mai, dico MAI, avuto problemi a chiederla ed organizzarmi in autonomia il recupero ore, vero anche questo).
        E la pesantezza di essere straniero si sente molto: i locali sono davvero introversi e non fanno a meno di notare la tua provenienza (capelli, occhi, accento, vestiti. sì, vestiti.). D’inverno, quando si vive prevalentemente al chiuso, non avere molti contatti con gli autoctoni pesa, in modi e per cose che non avrei mai pensato.
        Dimenticavo: scordatevi il ‘grazie’, ‘prego’, ‘piacere’ e abituatevi ad avere in mente gente che sputa per terra con non chalance, mangia con comodo al pc e gira in ufficio con le pantofole. Seguono indiscriminatamente le regole e non concepiscono un ‘ma’. Guidare qui è una pena, a volte, e compilare moduli anche: flessibilità, non pervenuta.
        Io mi ritrovo il tutto quello scritto nel post, e devo ammettere che sceglierei di nuovo questa strada, perchè io qui sto davvero bene. Ma sottoscrivo pure la sofferenza nel non esserci, non condividere e dover aspettare di essere a casa per avere un abbraccio di conforto dai tuoi amici decennali.
        Insomma, con tutti questi pro e contro, non ho lasciato un gran senso logico in queste righe, ma stamattina va così (e scusate per la grammatica, probabilmente molto scorretta) :)

    • Nordlys said

      L’italia secondo me è brutta, brulla, con sterpaglia ovunque, eccezion fatta per piemonte e toscana, dove i paesaggi sono belli da vedere.

  25. Alessandro said

    Vivo a Los Angeles da 2 anni e le cose negative di cui parli nell’articolo quì non esistono (in particolare il clima che è praticamente costante a 24° tutto l’anno, ventilato e secco). Nostalgia di casa? Solo degli amici e famigliare (che spesso vengono a trovarmi).
    Sarà che non mi sono mai sentito Italiano, ma lasciare l’Italia è stata la cosa migliore che potessi fare. E non ho nessuna intenzione di tornarci.

  26. badflea said

    Ho letto con molta attenzione…mi è piaciuto davvero tanto questo post. Mi sono rivisto. Io già andato e già tornato. Ma solo per cercare la nuova meta. Personalmente per me non è la ricerca di stabilita e/o sicurezza che mi fa muovere ma più l’esigenza di trovare un posto che calzi bene a me come una vecchia camicia, lisa, consumata ma perfetta perchè ha preso la mia forma. Di sicuro è difficile, ma come spieghi molto bene tu, elettrizzante, stimolante… In ultimo penso che non sia vero che sia una fuga e che bisogna avere dei rimorsi per non essere rimasti a cercare di modificare l’Italia dall’interno…io credo che siamo cittadini di uno stesso pianeta nato senza confini e che senza confini debba tornare…se io mi muovo ed insegnerò la cultura del non avere paura a spostarsi, a costruirsi una vita ovunque alle persone a me vicine e ai mie figli, allora avrò contribuito, nel mio piccolo, alla realizzazione di un cambiamento. Globale, anche per la mia piccola grande Italia che mi ha dato tante possibilità.
    Scusami, non so se ho scritto in un italiano corretto, ho scritto di getto perchè l’argomento mi sta a cuore ed in più sono su una micro tastiera di un telefono. Grazie per aver condiviso i tuoi sentimenti!

  27. cowdog said

    chi se n’e’ andato non puo’ che rispecchiarsi in queste bellissime parole. io me ne sono andata 6 anni e un pezzetto fa; avevo gia’ 34 anni suonati, ma questo non mi ha impedito di ritornare a studiare, cominciare una famiglia e imparare un’altra lingua. nonostante le difficolta’ e la nostalgia, non ho mai pensato di ritornare: ero scontenta, insoddisfatta, totalmente frustrata da un sistema e una societa’ che premiano i furbi.

  28. Per anni ho cullato l’idea di trasferirmi all’estero. Poi ho capito che il vero “scollocamento” è quello che avviene dentro di noi e non ha nulla a che vedere con la geografia. Da qualche mese sto modificando la mia esistenza sul pianeta abbracciando uno stile di vita come downshifter. Lavoro on-line, consumo bene e spendo il giusto. Ciò che amo fare continuo a farlo senza alcun ostacolo.

    Buona fortuna! :-)

    • Piero said

      Ciao Alessandro,
      mbe, ovviamente stare bene dipende da noi. Tu sei riuscito a trovare una tua tranquillita, ottimo, ma non tutti sono fortunati e riescono a lavorare on-line! anche io ho letto alcune cose sul downshifter, e mi trovo completamente d’accordo. Nel mio caso sono andato via dall’italia per puntare sulla mia vita, e su uno stile di vita che apprezzo. Altri come te sono riusciti a trovarlo in italia, altri non lo troveranno mai, neanche se vincono il superenalotto!!!
      ciao ciao

      Piero

      • Infatti è innanzi tutto una questione culturale. Comunque conosco molte persone che vivono da downshifter anche senza lavorare on-line spostandosi dalle grandi metropoli ai piccoli paesi. Nel mio caso, riesco anche a viaggiare più spesso spendendo poco. :-)

  29. Questo post è veramente bello. Ma mi viene tristezza, se mi immagino via da qui. Amo troppo l’Italia nonostante tutto. Credo che non me ne andrò mai.

  30. Ornella said

    Legger questo post mi ha fatto venire i brividi e mi ha fatto sentire meno sola….Vivo in Canada da quasi un anno per due motivi:

    per ragioni di lavoro, perché sono biologa molecolare e fare Ricerca in Italia è impossibile, a meno che non si abbia la raccomandazione o si è “i pupilli” dei professori che così’ portano avanti la tua carriera;
    per potere vivere col mio futuro marito (Sicilianissimo come me , ma oramai cittadino canadese da 6 anni).

    Ogni giorno ripeto a me stessa, come un AveMAria, che essere felici nella mia città è impossibile, che ritornarci significherebbe dovere sopravvivere in una giungla di maleducati, arrivisti e forse gente disperata…Mi ripeto che solo qui ti sorridono ogni giorno , anche gli sconosciuti, e ti chiedono come stai e ti ringraziano se fai una gentilezza, e c’é come una gara (senza premi se non della coscienza) su chi è più’ gentile con tutti….
    Mi ripeto che solo qui offriro’ ai miei futuri figli la possibilità di studiare in una Università prestigiosa, dove il Rettore non è mafioso, dove va avanti SOLO chi lo merita. Solo qui potranno conoscere la natura, giocare con gli scoiattoli e le marmotte, godere di mille opportunità di divertimento.

    Ma più’ mi ripeto tutti ciò’…piu’ prevale in me una immensa nostalgia per i miei genitori, che non vedrò’ invecchiare e non potrò’ aiutare nei primi acciacchi. Non potrò’ godere dei nipotini che crescono ogni giorno di più’ (e se me ne accorgo via skype figuriamoci di presenza..) Non potrò’ fare il bagno a mare (qui solo laghi e fiumi) a maggio, e sentire già ad aprile l’odore di crema solare per le vie della città. Non potrò’ guardare la tv nel salotto di casa mia, né passare il pomeriggio a chiacchierare con tutte le care zie. Non potrò’ fare la grigliata di Pasquetta, né fare ponte il 1 Maggio.
    Ogni giorno, è una lotta continua tra il cuore e la ragione.
    Chjssà chi la vincerà questa guerra.

  31. [...] aver visto come si fa a decidere di lasciare l’Italia in cinque minuti e come ci si sente durante i primi mesi di lontananza, ecco un post di servizio [...]

  32. carlo said

    bell’articolo, che dire?

    io mi trovo in Edinburgh da una settimana, non parlo l’inglese per niente ma riesco a farmi capire, frequento un corso d’inglese e fra 3 settimane, quanto il mio inglese sarà migliore dell’attuale, inizierò a cercare lavoro.

    edinburgh vs palermo = a parte il clima, edinburgh è migliore in tutto, basti pensare che salire su un autobus non è piu una guerra contro tutti, ci si sale in ordine dal giovane allìanziano, poi una volta dentro ci si siede vicino al finistrino se il posto è libero cosi da permettere agli altri di trovare posto e non come a Palermo dove una singola persona occupa 2-3 posti.

    il coraggio è non partire ma restare in italia sperando che ci sia un domani.

    son paritito perche io a differenza dei miei coetanei non voglio sopravvivere nella vita ma viverla. Basti pensare che una mia amica a 31 anni non ha creduto all’amaore per se e per la propria vita ed ha gettato la spugna per un uomo 15 anni piu vecchio di lei come dire mi cerco un uomo che mu mantenga perche io non riusciro ne a trovare un posto di lavoro qui nemmeno di trovare le balle per partire e ricominciare da zero fuori dall’italia.

    sono innamorato di questa città e difendero sempre le mie origine italiane ma solo sul piano storico, perche di umano o sociale non vale niente.

    bye da un sognatore.

  33. annamola said

    Scrivi veramente bene e la foto la trovo azzeccatissima per il post!

    Anna

  34. giuseppe said

    Ho trovato il vostro blog su google e sto leggendo alcuni dei tuoi post iniziali. Il tuo blog è semplicemente fantastico.

  35. Questo post è splendido. Tanto più sei in sintonia con certi stati d’animo.
    Io ho viaggiato moltissimo, spesso senza sapere se sarei tornato, pensando fin da molto giovane che avrei comunque vissuto all’estero.
    Ci ho provato, andando anche a supervisionai posti remoti e spesso improbabili, dove gli autobus non si sa nemmeno se passeranno.
    Poi ho capito che ho scelto di restare, forse erano anche altri tempi, essendomi laureato nel ’91, tempi dove la speranza ancora si trovava in questo paese scalcinato.
    Ho comunque capito che DOVE scegli di vivere e COSA fai sono quello che conta.
    Sono andato a vivere a Firenze, una città che seppur Italiana conserva cose di quando eravamo italiani, quelli inventivi, creativi, visionari.
    Sono andato a lavorare con amici, prendendo molto meno di prima quando ero un meccanismo ben pagato di una grande ruota tritacarne. Un lavoro dove i ritmi umani sono la priorità.
    Ma la cosa straordinaria è che la mia EX moglie l’altro giorni mi fa: ” senti, se l’anno prossimo andassimo tutti a vivere in Argentina?”.
    “Al volo”.
    In quel momento ti rendi conto che la stanzialità non mina il nomade che è in te. Che il cambiamento è vita. Che qui tutto si sta spegnendo, lentamente, inesorabilmente.

    La vita premia chi opera scelte coraggiose.
    Così è stato per me e, mi sembra di capire, anche per te e il tuo compagno.

  36. ah … dimenticavo…
    complimenti

  37. Michele said

    @_@ Dio ti benedica.

    Questo so chiama parlare!

    Grazie di cuore per queste parole. ç_ç

    There is always hope.

  38. Roberto Alvisi said

    ho letto il tuo post ed alcuni altri e mi è venuta voglia di partecipare. Di solito non scrivo post perché ritengo che non interessi a nessuno leggere le cose che scrivo. Non ho l’età per emigrare, ma sento che in quello che dici c’è molta verità. Noi viviamo in un paese molto bello, sia dal punto di vista climatico che paesaggistico, ricco di storia e cultura ma che sta conoscendo un declino irrefrenabile che ci fa sentire tutti miserabili. Non abbiamo modo per cambiare il declino, non ci sono risorse ne le persone adatte. Andremo sempre più giù finché non toccheremo il fondo. Se il fondo esiste. La soluzione di scappar via non è da scartare, in fondo la vita è breve e distruggersela per lottare una battaglia persa in partenza mi sembra inutile. Sicuramente l’Inghilterra o il Regno Unito sono molto più avanti di noi in fatto di democrazia, diritti civili, ecc. hanno anche loro delle pecche: il sistema sanitario ad esempio zoppica un po, ma non è che il nostro sia poi molto migliore, però un po si. Abbiamo delle eccellenze, ma anche tanta inefficienza. Il clima, sembra essere la nota dolente che molti espatriati nel Regno Unito rimpiangono, bisognerebbe mettere sul piatto della bilancia anche questo aspetto, insieme agli altri e poi valutare se ne vale veramente la pena. Magari si, o forse si tratta solo di una fuga da un posto per trovarsi in un altro magari migliore che però ci fa rimpiangere quello che consideravamo peggio ma che ci è rimasto nel cuore e ci fa pensare di voler un giorno tornare…

  39. Aggiungerei che quello che ci vuole per lasciare l’Italia non è coraggio ma la consapevolezza che una volta lasciata la tua nazione è difficile tornare indietro. Gran bel post comunque, complimenti e in bocca al lupo da un italiano all’estero! :)

  40. Chiara said

    …e il cambio dei vestiti dell’armadio, che a Maggio ti dici: “arriverà il momento di farlo”, ma poi arriva Settembre e il lungo autunno non ha mollato se non per un paio di settimane (se va bene!). Ma nello stesso momento mi sono riconosciuta e intenerita. Perchè il “miserable weather”, i negozietti di Chorlton, gli sudenti di Oxford road, la Cornerhouse, i colleghi e gli amici conosciuti in quegli anni sono ancora nel cuore, a piu’ di 10 anni dal “rientro in Italia” e hanno contribuito moltissimo a costruire quella che sono ora. E le ho riconosciute tutte le sensazioni: scoprire che si puo’ uscire alle 6 e andare al pub senza sentirsi in colpa, che sei considerata adulta, capace e responsabile, e che gli obiettivi si negoziano e discutono, che passi le “ferie” a visitare amici e parenti in italia, che ti scopri ad ascoltare in streaming il discorso di fine anno del presidente della repubblica (!), e un giorno pensi “e se avessi un figlio qui, come sarebbe?” E poi la vita va in modi spesso imprevisti, e capita di ritornare. Ma è come se si restasse sospesi in mezzo del mare e non si tornasse proprio del tutto. Perchè quella vita ha messo radici, e ha cambiato me e le mie radici, e le ha allargate cosi’ tanto che non ci stanno piu’ in un posto solo. Ecco, se porto qualcosa con me, a parte quel che ho imparato, la nostalgia, la fatica e la gratitudine, è proprio questo: la consapevolezza di non avere piu’ una sola casa ed una sola verità, l’abitudine a guardare le cose con occhi “stranieri”, e il tentativo di coniugare il meglio dei due mondi. Nonostante la fatica, la nostalgia e il cuore su un traghetto Dover-Calais.

    • oddio, quant’è vero il cambio dell’armadio! a manchester non si fa. il tuo corpo lo reclama ma è inutile, si indossano gli stessi vestiti tutto l’anno. capisci perché uno se ne deve andare presto?

  41. Ottavia said

    Io sono in California, quindi non piove…. :P Ma non potrei essere piú d’accordo su quello che hai scritto. Un misto di sensazioni che hai descritto alla perfezione…

  42. Angelina said

    Ho letto ora il tuo articolo e mi ci sono ritrovata un pieno. Con l’unica differenza che io vivo a Londra, in zona 1, ed una casa intera penso non me la potrò mai permettere, se non forse in zona..10! :) porto il tuo articolo nella mia pagina Facebook, spero non ti dispiaccia.
    Complimenti ancora per l’articolo.
    Angelina

  43. kaiseraustrale said

    Un bel pezzo, complimenti!
    ed un saluto da un italiano in terre australi…

  44. Maria said

    Ciao ,mi ritrovo molto con quello che dici !!!! A 55 anni ,mi sono trasferita in Messico ,a volte la nostalgia mi assale ma non sono pentita per niente della mia scelta !!!!! In bocca al lupo a tutti !!!!grazie del tuo post scritto con molta chiarezza ……

  45. Pasquale Foresta said

    “e a volte qualcun altro scrive quello che tu pensi”..

    Ho pubblicato il tuo post sul fb con questo commento..

    Post bellissimo e che mi ha riempito il cuore..

    Un emigrato come tanti

  46. Antonella said

    Grazie del bellissimo post. Mi hai strappato più di una lacrima. Condivido ogni tua parola. E continuo a vivere per il momento…buona strada!

  47. Io ho un figlio che vive all’estero, 1650 km lontano da Roma. Ho un solo desiderio, che vada via anche l’altro, che pure lavora al Nord. Meglio i figli darli ad un’altra mamma, che vederli vivere una vita a metà

  48. Enzo said

    Lacrimuccia per questo post :'(

  49. […] racchiude tutti i sentimenti e le idee di coloro che vivono lontano dal loro Paese natio. Qui il link all’intero […]

  50. Max said

    Complimenti per aver riassunto tante sensazioni tipiche dell’emigrato in poche righe.
    Vivo da un anno e mezzo a Rio de Janeiro, e alcune delle cose effettivamente le ho sentite anche io dentro di me, altre invece no. Ma il clima dell’Inghilterra non ha nulla a che vedere con quello del Brasile, per cui il paragone non regge.
    Anche qua non è tutto rose e fiori, però ormai la nostalgia di casa sta passando, anche perché già sento questo nuovo posto la mia nuova casa.
    Um beijo

  51. […] (Leggi anche: Andare via dall’Italia) […]

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